09 Feb 2020

BY: Paola Danieli

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Peter Pan è l’eterno ragazzo, quello che non cresce mai e preferisce vivere e rifugiarsi in una fanciullezza senza fine. La sindrome che porta questo nome descrive una particolare immaturità della sfera affettiva (nanotenia), in cui le relazioni d’amore sono vissute in maniera giocosa, amicale, con nessuna prospettiva di cimentarsi in un legame che possa richiedere delle responsabilità e degli obblighi. 

Peter Pan è descritto da Carl Gustav Jung attraverso l’archetipo del puer aeternus, l’eterno fanciullo, che si contrappone a Senex, il vecchio. Come ogni archetipo è duale:  corrisponde in positivo all’anelito vitale dell’esistenza, al tratto mercuriale dell’andare per scoprire, al non fermarsi mai, al rinnovarsi di continuo e in negativo all’essere dipendente, leggero e incompiuto, individualista e incapace di adattamento e di impegnarsi in qualsiasi cosa risulti d’intralcio alla propria spensieratezza e serenità.. 

Peter Pan è l’uomo libero e felice, che ha ancora davanti a sé tutte le strade possibili e che non ne ha ancora decisa nessuna. E’ simpatico, intelligente, campione di corteggiamento perché interessato alla sua gratificazione narcisistica, spensierato, immune ai legami, sfuggente, egocentrico, misterioso, imprevedibile, bisognoso di primeggiare, quasi sempre ben inserito socialmente, proprio perché è irresistibile. Talvolta, negli ambienti più richiedenti e adulti, come quello lavorativo, è colpito da ansia da prestazione, perché diviene cosciente del gap che lo divide dagli altri: la sua superficialità incapace, versusla responsabilità competente.

Il modello dell’adulto-bambino, è decisamente declinato al maschile ed è molto usato dai media; soprattutto perché il mercato lo individua come l’utente più attivo, o ancora attivo, malgrado abbia già compiuto i suoi primi 40-50-60 anni. In altre parole, permette di promuovere il maschio irrisolto come un vincente che non tramonta mai, un’idealizzazione di giovanilismo stereotipato. Ciò amplia incredibilmente il target dei consumatori, che se si considerassero maturi uscirebbero dalla categoria degli acquirenti.

Sul piano affettivo, malgrado il discreto successo sociale dovuto alla simpatia e alla cordialità, non riesce ad instaurare relazioni intime e durature, poiché non è in grado di assumersi la responsabilità degli affetti che prova, è refrattario alla profondità e condannato alla superficialità.

Non trova mai la donna giusta, così come la casa, il lavoro, la vita. Si accontenta di un’esistenza provvisoria, ma confida in una realizzazione futura. Per per poterla realizzare deve mantenersi libero e pronto, senza mai legarsi stabilmente a niente e nessuno. Nessun legame dunque, nessuna preoccupazione, nessun peso, per poter fluttuare lontano dalla banalità della vita normale.

Posto di fronte alle proprie responsabilità è sempre pronto a scegliere la via più semplice: darsela a gambe.

L’uscita dalla fanciullezza comporta la capacità di individuarsi attraverso gli altri e con gli altri e di raggiungere l’intimità con un partner, senza temere di perdere la propria identità. Certamente non Peter Pan, che riesce solo ad essere accudito e ad avere ruoli dipendenti, bensì un uomo adulto è capace di avvicinarsi emotivamente agli altri, è capace di accudire, non solo di ricevere cura. Questo senso unico nelle relazioni che i Peter Pan attivano, si esprime con egocentrismo, noia, superficialità, auto assorbimento e mancanza di crescita psicologica. Sono soggetti che hanno un gran bisogno degli altri, ma si sentono minacciati dalle richieste degli altri.

Peter Pan ha bisogno di confermare in ogni modo la propria importanza, per compensare, attraverso soggettive affermazioni di superiorità, un enorme sentimento di inferiorità rispetto al proprio valore. Sono uomini che scambiano l’intimità con il sesso e a questo è dovuto l’impegno compulsivo nelle conquiste, che esibiscono per dar prova del proprio giovanilismo e della propria esuberanza.

Si tratta di un uomo che non è più bambino, ma che non riesce ad essere adulto e che usa la “fuga giocosa” e il “sesso ludico-ricreativo” come soluzione estrema alle sue incapacità.

E’ un adulto che non sa nulla sull’amore, neppure di quello per se stesso e chi non sa amare si pone come un bambino che deve ricevere, anziché dare. L’innegabile autostima di questi soggetti è fondata sulla loro intatta onnipotenza infantile, che genera una sovra-idealizzazione di sé, prodotta dal rifugio in una serie di meccanismi di difesa (evitamento, sublimazione, rimozione, proiezione, negazione) che impediscono loro di affrontare la realtà: Peter Pan enfatizza il suo puerin funzione difensiva.

Ritornare alla realtà, per il nostro Peter Pan, significherebbe mettersi alla prova, rielaborare e trasformare, tutte azioni che produrrebbero un’angoscia difficile da contenere e l’avvio di un percorso verso un ignoto frustrante e logorante. Peter Pan, di fronte ad una simile fatica, si chiederebbe perché lasciare il parco giochi per andare a lavorare in miniera!

Freud sosteneva che si diventa adulti quando si è in grado di sostituire il principio del piacere con quello del dovere, di costruire relazioni intime e amare, facendosi carico di bisogni e difficoltà di un altro da sé.

Peter Pan può diventare grande? E’ molto difficile, al parco giochi si sta benissimo e la revisione del proprio sé comporterebbe un processo di trasformazione che dovrebbe passare dall’impegno e dalla responsabilità e quindi anche dal senso di colpa e dallo stato depressivo che ne può derivare.

Perché tutte queste parole spese per l’adulto-bambino se lui sta benissimo e non ha nessuna intenzione di cambiare? Perché chi si trova a vivere una relazione con lui sperimenta stati di profonda sofferenza e solitudine, perché i suoi bisogni non si trovano mai al centro della relazione, se non per svolgere ruoli di accudimento e accompagnamento. Con Peter Pan si rischia di essere schiave del suo narcisismo, delle sue scorribande sessuali alla ricerca di nuovi divertimenti, della sua indifferenza, della sua distanza.

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