La dipendenza in amore: donne forti che si annientano

Posted by on feb 9, 2016 in News | 0 comments

La dipendenza in amore: donne forti che si annientano

Alcune persone, soprattutto donne, vivono il proprio amore come una condizione di dipendenza e ciò crea un profondo disagio al quale è molto difficile trovare soluzione.

Le relazioni possono essere un luogo di realizzazione di sé, ma anche di totale passività e affidamento al partner, senza mai reagire ad umiliazioni e mortificazioni e senza mai far valere il proprio punto di vista. La presa di coscienza e il disagio rispetto a questa condizione può avvenire dopo mesi, anni o decenni, o può non accadere mai. Ciò è dovuto anche alla difficoltà di dare un nome e circoscrivere quella condizione di malessere.

Queste circostanze, naturalmente, dipendono da una serie complessa di fattori: la personalità del soggetto, quella del partner, quella del contesto culturale e sociale, i traumi subiti, la scarsa autostima conseguente alla condizione di passività e l’andamento non uniforme e ciclico della relazione, che determina momenti in cui la situazione conflittuale degenera in maltrattamento, a momenti in cui il partner sembra dare rispetto o giura di cambiare e la democrazia sembra ristabilita.

La passività si percepisce anche nella consegna, talvolta totale, della propria vita nelle mani del compagno, che ha il potere di decidere cosa fare, che stile di vita tenere, che interessi avere, fino ad arrivare a controllare le persone da frequentare o non frequentare, quando e se uscire e cosa fare se si esce. Lui domina le scelte più importanti che finiscono con il decidere ogni azione, strutturando nella compagna uno stato di paralisi e talvolta di paura di esprimere le proprie opinioni. Lei può arrivare a sentirsi sbagliata, inadeguata, non competente, non all’altezza, inadatta a quella e a mille altre condizioni: l’unica possibilità è adattarsi passivamente.

E’ possibile, leggere la passività anche legata ad una modalità molto diffusa tra noi donne di  “consegnarsi” totalmente in una relazione affettiva, di abdicare completamente, folgorate dall’amore.

I bisogni di dipendenza sono un aspetto fondamentale dell’esperienza umana e appartengono, quindi, sia agli uomini che alle donne. E’ vero anche che la parola dipendenza viene più spesso associata al sesso femminile: la passività e la dipendenza vengono considerate un segno distintivo di femminilità.

Afferma la Harriet Lerner:

“Dal un punto di vista adattivo, le donne tendono ad essere più socievoli e aperte, più capaci di riconoscere ed esprimere paure realistiche, vulnerabilità e desideri di ricevere cure. Dal punto di vista disadattivo le donne manifestano più frequentemente dipendenza patologica; tali donne non agiscono per risolvere i propri problemi, non affermano chiaramente le loro opinioni e preferenze per paura del conflitto o della disapprovazione, si distolgono pavidamente dalle sfide del mondo esterno, ed evitano a tutti i costi un funzionamento autonomo e di successo”

L’aspetto adattivo e disadattivo della dipendenza sembrano rappresentare, pertanto, due facce della stessa medaglia. Quali sono però le strutture, le condizioni e i contesti che facilitano il passaggio da una situazione all’altra? Come può avvenire che la dipendenza si trasformi da alleata per costruire sane e costruttive relazioni ad arma di autodistruzione?

Sicuramente il contesto matrimoniale e familiare nel quale si trovano molte donne facilita un senso di dipendenza economica e psicologica, nonostante le loro risorse individuali. Secondo il pensiero tradizionale una brava moglie lava, stira, cucina, coccola, asciuga le lacrime, sostiene, nutre, incoraggia, anche se spesso lei stessa è meno di frequente destinataria di queste stesse cure e attenzioni. Spesso le donne sono incapaci di attivare autonomamente modalità personali ed egoistiche che permetterebbero loro di provvedere alle proprie esigenze.

Paradossalmente, visto il problema da questa prospettiva, si potrebbe dire che le donne non sono abbastanza dipendenti: molte sono più esperte dei bisogni degli altri che non a identificare e ad esprimere in maniera assertiva i propri.

La Lerner ipotizza che i comportamenti disfunzionali passivo-dipendenti delle donne siano dovuti alla necessità di mantenere in equilibrio il sistema coniugale:

“Come un’altalena, la posizione indifesa-dipendente di un partner ha un effetto adattivo e di sostegno sull’Io dell’altro. Quanto il partner “sottofunzionante” si muove nella direzione di un funzionamento più autonomo, “l’iperfunzionante” comincia a peggiorare ed è prevedibile che cominci a fare una serie di “contromosse” per riportare la relazione al precedente equilibrio.”

Essa sostiene che il mantenere un’immagine di sé dipendente per proteggere e sostenere gli altri è una dinamica che ha le sue radici nella famiglia d’origine.

Un altro aspetto legato alla dipendenza e alla passività, che colpisce alcune relazioni asimmetriche, è come le donne, talvolta, si accaniscono nel proteggere il partner, nel giustificarlo, nel tirare in causa mille ragioni. Il minimo accudimento mancato nei confronti di lui diventa una fonte di inadeguatezza e di colpa, che porta al timore di perdere la relazione. La contropartita di questa situazione è l’incapacità di proteggere se stesse dagli abusi, utilizzando modalità elementari: parlarne con qualcuno, fuggire, chiedere aiuto e nei casi più estremi chiamare le forze dell’ordine, rivolgersi ad un punto di pronto soccorso, non rispondere al telefono in caso di stalking, perchè sembra brutto.

In alcuni casi il proteggersi dagli abusi appare alle donne come qualcosa che non andrebbe fatto e che contraddice alcune regole morali che è “brutto” non seguire…le stesse regole puntualmente contravvenute dal partner.

Dietro l’atteggiamento passivo dipendente di molte donne c’è la motivazione inconscia di proteggere un’altra persona, così come quella di perpetuare e non cambiare la propria posizione perché in questo modo i rapporti più importanti possono sopravvivere. E’ sorprendente come questo atteggiamento appartenga anche a donne culturalmente emancipate, che si sentono spaventate all’idea di offendere gli uomini, nell’esercitare la propria indipendenza, competenza, capacità di pensiero e azione.

In alcune relazioni gli ostacoli che vengono posti al cambiamento sono rappresentati dalle accuse che vengono lanciate alle donne che cambiano atteggiamento: di compromettere la relazione, di danneggiare i figli, .

Un altro aspetto tipico riguardante la dipendenza, la passività e quasi la perdita di sé, è rappresentato dal riportare, da parte delle donne che subiscono, le cose che lui dice e pensa, quasi fossero verità assolute e indipendenti, sulle quali nessuno può incidere. Affermare il proprio punto di vista significherebbe puntare sul proprio senso di sé e sulla propria autostima che, spesso, sono state minate dalle mortificazioni e significherebbe scontrarsi con rotture e separazioni che la vittima non si sente in grado di affrontare.

Sempre la Lerner afferma che:

“nelle famiglie in cui il rapporto coniugale è debole, e la madre stessa è stata bloccata nella propria crescita, spesso le figlie imparano ad aggrapparsi a un comportamento passivo-dipendente come un inconscio “‘voto di fedeltà” a rimanere la bambina della mamma, come se i movimenti della figlia verso una maggiore separazione e autonomia costituissero una slealtà e un tradimento. Più avanti questo dramma si ripete nelle relazioni eterosessuali adulte e viene rinforzato negli avvertimenti rivolti alle donne che gli uomini devono essere protetti dalla forza e dalla capacità delle donne”

La passività e la dipendenza, come visto, possono essere ricondotte ad una serie complessa di ragioni, che strutturano svariati punti di vista sul maltrattamento, le sue cause e i suoi effetti.

Il processo di distanziamento da quello che lui fa e pensa, è comunque graduale e progressivo e dipende molto anche dagli anni in cui la donna è rimasta nella situazione di dipendenza.

Osservare la passività come semplice esito della relazione che rende passivi offre un’immagine fuorviante della complessità.

Assumere la passività come uno schema appreso nella famiglia di origine, che modifica e condiziona le relazioni con il maschile e che, secondo un’ottica sistemica garantisce l’integrità di un sistema, credo possa rappresentare una prospettiva che assume la passività e la dipendenza sia come causa, sia come effetto del maltrattamento.

 

 

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