Il paradosso dell’essere zerbini: umiliati e fregati

Posted by on feb 22, 2016 in News | 0 comments

Il paradosso dell’essere zerbini: umiliati e fregati

Capita spesso che nel descrivere la propria o altrui storia di amore o altre relazioni vengano tirati in ballo gli zerbini, cioè quegli oggetti sui quali ci si pulisce senza alcun riguardo i piedi. Lo zerbino, oltre a posizionarsi ai nostri piedi, viene inondato di tutta quella sporcizia di cui vogliamo liberarci. Quale metafora migliore, pertanto, per chi pur di essere accettato, si prostra alla volontà altrui e annulla completamente la propria, disponendosi a tutto il marciume che ne deriva?!

L’azione zerbina, però, è zeppa di insidie, di cui l’attore protagonista difficilmente è consapevole.

L’essere zerbini è un modo di stare all’interno delle relazioni e esse rappresentano il “luogo” nel quale noi cresciamo e fondiamo la nostra identità, la nostra autostima e la nostra essenza.

Riconoscimento, intersoggettività, reciprocità

Le situazioni di dominio implicano la partecipazione di chi si sottomette al potere e anche di chi lo esercita. Assumere un punto di vista diverso significherebbe radicalizzare e idealizzare il punto di vista delle vittime oppresse, come se la loro politica, la loro cultura e i loro valori non fossero coinvolti nel sistema di dominio.

Il dominio si realizza all’interno di una relazione ed essa rappresenta il luogo fondamentale per il riconoscimento, che si può comprendere utilizzando i molti sinonimi o quasi-sinonimi che lo descrivono: riconoscere vuol dire confermare, rendersi conto, validare, convalidare, sapere, apprezzare, vedere, identificarsi, vedere, trovare vicino, trovare familiare. In altre parole riconoscere significa amare.

Il riconoscimento è rappresentato dalla risposta dell’altro, dell’interlocutore, che realizza il senso dei sentimenti, delle intenzioni e delle azioni del sé. Attraverso il riconoscimento si compie una sorta di verifica del proprio operato e creatività.

La “fondazione” della nostra identità avviene nella reciprocità e nel riconoscimento, abbiamo cioè bisogno di un altro soggetto che ci riconosca, un interlocutore che ci risponda, che realizzi il senso dei sentimenti, delle intenzioni e delle azioni. Attraverso il riconoscimento si compie una sorta di verifica del proprio operato e creatività. In altre parole, senza il riconoscimento delle proprie azioni non si va da nessuna parte…

Nelle prime relazioni il riconoscimento si compie all’interno della relazione con la madre o con il caregiver primario e comprende varie esperienze che hanno a che fare con la sintonia emotiva, l’influenza reciproca, la reciprocità affettiva, la condivisione di stati d’animo.

Il processo di “necessità dell’altro”, per essere riconosciuti, dura tutta la vita e, anche nella fase adulta. Le relazioni, lavorative, amicali, di coppia rappresentano un luogo di riconoscimento.

Il bisogno di riconoscimento è funzionale all’affermazione di sé: ciascuno si afferma e fonda il proprio senso all’interno di una relazione che legittima. Il riconoscimento è riflessivo, implica non solo la risposta dell’altro, ma anche come noi ci ritroviamo in quella risposta. Le relazioni sociali, di qualsiasi genere, sono fondate sul riconoscimento, ma anche sulla reciprocità: noi abbiamo bisogno di riconoscere l’altro come persona separata, simile a noi, ma anche distinta.

Il paradosso dello zerbino

Il paradosso dello zerbino è il tentativo di arrivare ad affermarsi e di essere riconosciuti attraverso la sottomissione, cioè l’azione volontaria di privazione del riconoscimento di sé.

Per poter esistere per sé stessi, secondo il principio intersoggettivo precedentemente esposto, si deve esistere per qualcun altro, ma se lotto per essere riconosciuto a qualsiasi costo, perdo potere nella mia capacità di riconoscere l’altro perché divento un essere morto, incapace di offrire riconoscimento e reciprocità.

Il soggetto dominante si ritrova con un interlocutore vuoto e passivo.

Il fallimento della sottomissione

La risposta dello zerbino è quella della sottomissione, anziché quella della reciprocità, ma lo zerbino, nell’accettare la subordinazione nella relazione perde la sua possibilità di riconoscere l’altro, in modo da poterlo soddisfare attraverso il riconoscimento.

Il povero zerbino è incapace di dare al soggetto che l’ha reso tale la soddisfazione di cui  ha comunque bisogno e qui il meccanismo si inceppa.

Il soggetto dominante della relazione si ritroverà solo perché isolato, non avrà nessuno alla sua altezza in grado di riconoscerlo. Al tempo stesso il povero zerbino soffrirà il timore di essere abbandonato alla sua solitudine, da un soggetto stanco di stare con qualcuno senza soggettività.

La relazione con uno zerbino tende alla morte o ad una perdita di vitalità, al sonno, all’esaurimento delle sensazioni, ed è una fine paradossale perché l’azione zerbina nasceva proprio per rilassare le tensioni, per cercare una sintonia arrendendosi all’altro.

Il riconoscimento reciproco non può avvenire attraverso l’obbedienza, l’identificazione con il potere dell’altro o la repressione.

Se le relazioni sono un luogo in cui riconoscersi, specchiarsi, vedersi, chi vorrebbe mai farlo attraverso uno zerbino?

L’azione zerbina, oltre a lavorare per la distruzione della propria soggettività, prepara la distruzione della relazione.

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