Gli esiti fisici e psicologici dei maltrattamenti e delle violenze sulle donne

Posted by on apr 27, 2015 in News | 0 comments

Gli esiti fisici e psicologici dei maltrattamenti e delle violenze sulle donne

Il maltrattamento è un evento devastante, che coinvolge tutti gli ambiti della vita della donna e le conseguenze sono osservabili sia sul corpo, che nei comportamenti. Inevitabilmente, poi, tutto questo ha degli esiti sul piano sociale e della relazione ed è chiaro che mina profondamente l’integrità psicofisica delle donne.

Per lungo tempo si è guardato agli esiti del maltrattamento come se fossero gli elementi causali dello stesso: le caratteristiche psicologiche delle donne maltrattate non erano collegate all’abuso domestico, ma alla loro indole. Questa situazione ha aumentato, e continua ad aumentare, i sensi di colpa, generando l’isolamento e la patologizzazione, procrastinando la situazione di violenza.

In realtà, la presenza di patologie precedenti alla violenza domestica rappresenta un numero esiguo di casi. Il trauma si realizza e trova origine proprio nella situazione di fragilità in cui si trova la donna: la violenza avviene nell’ambito di una relazione affettiva e famigliare e la donna vive una situazione di forte ambiguità, a cui abbiamo accennato prima, dove sperimenta percezioni contrastanti di sé, che vanno dall’immagine svalutata che lui le rimanda e quella che lei ha di sé. Molta letteratura considera l’ambiguità come l’assenza del conflitto interno, l’annientare qualsiasi istanza di cambiamento e paragona l’ambiguità alla paralisi. La vergogna che le donne sperimentano sarebbe, in questa logica, vissuta come un recupero della conflittualità interna e quindi un primo passo verso il ristabilire la propria identità. Essa sarebbe, in altri termini, un passaggio successivo alla consapevolezza.

All’inizio di una relazione la vergogna si riferisce al fare “brutta figura” con gli altri, al fatto di non corrispondere all’idea di coppia auspicata, ma in seguito può essere riferita anche alla percezione di due immagini di sé e della relazione.

La donna, sballottata tra questi due poli perde la capacità di leggere correttamente la propria relazione affettiva, ma soprattutto perde il contatto con sé stessa, con il suo vero sé e con la sua capacità di fronteggiare le situazioni e la vita. Le conseguenze sono legate alla diminuzione marcata dell’autostima e alla incapacità di gestire le situazioni più elementari.

Elisabetta è una donna sottoposta a continue umiliazioni psicologiche, ma anche a minacce continue e ad abusi di tipo sessuale. Ha perso il lavoro e nell’ultimo anno è aumentata di quasi 20 chili. Racconta una serie di problemi che la riguardano, ma che non riesce ad affrontare perché ognuno sembra rimandare all’altro e lei non sa da che parte cominciare. Ha perso la percezione della realtà e non è in grado di fare una valutazione legata a quale lavoro poter fare: le sue autovalutazione vanno dalla sensazione di non essere in grado di fare nulla al collocarsi in posizioni lavorative improbabili e difficilmente accessibili. La donna svaluta le sue capacità di realizzare le più piccole incombenze pratiche, messe sempre in dubbio dal marito: dall’operazione in banca o in posta, fino al fare la spesa.

Giovanna è in totale balia del marito, che ama ferirla con richieste sessuali e atteggiamenti per lei umilianti. Vuole che la donna si vesta e si comporti come lui desidera e se lei osa ribellarsi lui la tradisce, riferendo poi alla moglie nei minimi dettagli gli incontri sessuali che intrattiene con diverse amiche. L’atteggiamento di lui, successivo a questi eventi, è freddo e sostenuto e questo convince Giovanna di avere torto e, quasi sempre, lei arriva a scusarsi, pur non sapendo perché.

Questi tipi di violenza, che non lasciano ne tracce ne lividi evidenti agli altri e a sé stesse, sembrano dei delitti perfetti, nei quali si vede solo il risultato finale e l’attore principale dell’azione rimane escluso dalla scena del delitto.

L’educazione che le donne ricevono e le aspettative sociali nei loro confronti incidono profondamente sul fondarsi della loro autostima e sulle variabili che la determinano: mentre gli uomini sono apprezzati e premiati per il loro essere autonomi e “fatti da soli”, le donne sono apprezzate soprattutto per la loro capacità di essere e entrare in relazione e da questo esse stesse percepiscono il loro senso di sé. L’essere amate e desiderate o l’essere rifiutate e maltrattate, quindi, incide profondamente sulla propria autostima.

Le donne sono anche fisicamente debilitate. Monica ora è ospite di una comunità di accoglienza e quando è stata accolta era denutrita e molto sottopeso. La donna, di quasi sessant’anni, mangiava sporadicamente grazie al cibo che riusciva a mandarle una suora. Suo marito non le parlava da anni e negli ultimi due si rifiutava di provvedere a lei anche economicamente. Monica ormai non aveva più nessuna relazione né amicale né con la famiglia di origine, non lavorava più da anni e non sapeva dove andare e cosa fare della sua vita. Le uniche cose che la trattenevano a casa erano il suo cane e una cucina comprata a rate, che era tutto il suo orgoglio. Nell’ultimo anno ha sofferto di forti attacchi di colite. Quando ha deciso di lasciare la sua casa ha iniziato a fare vita di strada e a dormire all’aperto, per un mese, fino al suo ingresso in comunità di accoglienza. Ora è molto provata, sia sul piano fisico che su quello psicologico e si sta pian piano riprendendo, riposandosi e affrontando, per il momento, i problemi di salute.

La continua tensione provoca ansia cronica, le difese si abbassano e i disturbi sfuggono a diagnosi precise, ma risultano vere e proprie somatizzazioni che non fanno altro che provare e confermare il disturbo psicologico o psichiatrico delle donne, aumentando la loro confusione. Per questo il medico di base, spesso, prescrive tranquillanti e psicofarmaci che confermano alla donna di essere “matta”, proprio come ha sempre detto il marito.

Giuditta ha 35 anni, ha una figlia che frequenta le scuole medie e si è rivolta ad un Centro Antiviolenza nel periodo di Natale. Il marito la minacciava di morte da mesi, a seguito della loro separazione. L’uomo aveva anche un divieto di avvicinamento alla donna e alla figlia, ma non lo rispettava e capitava spesso che lei lo trovasse appostato sotto casa. Quando veniva scoperto lui spariva immediatamente, prima che arrivassero i carabinieri che lei aveva chiamato. La paura era sempre più forte da quando lui aveva iniziato a dar fuoco alle automobili di famiglia. In pochi giorni l’uomo aveva bruciato l’automobile della moglie e quella della sorella e della madre di lei. Quella di quest’ultima era stata incendiata la notte di ferragosto. Tutto il paese sapeva di quanto era accaduto e nessuno voleva più parcheggiare o essere fisicamente vicino a Giuditta e alla sua famiglia. La donna non dormiva da giorni, era stremata e non era in grado di fare nulla, tanto si sentiva paralizzata.E’ stata ospitata in una casa rifugio del Nord italia, dove ha potuto dormire e riposarsi, per poi tornare a casa e ripensare, più rilassata e tranquilla, una strategia da adottare. In quel momento, quell’intervento così banale è risultato basilare per poter compiere con la donna gli altri passi per la sua emancipazione.

Le vittime di violenze fisiche possono essere colpite da danni anche permanenti, come la perdita parziale dell’udito o della vista, a causa di pugni o ceffoni, rottura delle articolazioni o degli arti, lesioni ad organi vitali, a seguito di pugni, calci e botte. A volte le botte possono provocare interruzioni di gravidanza, a seguito di calci e percosse, senza contare la possibilità di traumi cranici.

Fatima è una donna marocchina finita su tutti i giornali locali e nazionali per la sua incredibile storia. Ha subito per anni violenze sessuali dal marito e ha abortito tre volte a causa delle percosse.

Molte donne vengono picchiate e maltrattate durante la gravidanza. Nei loro ricordi questo resta un segno incancellabile: nel momento in cui desideravano e necessitavano di un luogo sicuro, protetto, nel quale stare per ricevere amore e tenerezza, venivano colpite fisicamente e/o sottoposte a umiliazioni per il loro stato.

Le donne sottoposte a maltrattamenti subiscono dei veri e propri traumi, paragonabili alla tortura, che possono comportare alcune conseguenze. Il DSM-IV (DSM-IV, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson, Milano, Parigi, Barcellona, 1996.) parla di:

 

“riduzione della reattività del mondo esterno”, di “paralisi psichica o anestesia emozionale…l’individuo può lamentare una marcata riduzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, o di sentirsi distaccato o estraneo nei confronti di altre persone o di avere una marcata riduzione di provare emozioni. L’individuo può avere un senso di diminuzione delle prospettive future… si può manifestare nella seguente costellazione di sintomi, che risulta associata più comunemente con eventi stressanti di tipo interpersonale (per esempio abuso sessuale o fisico nell’infanzia, violenze domestiche, essere presi in ostaggio, incarcerazioni come prigioniero di guerra o in campi di concentramento, tortura): compromissione della modulazione affettiva, comportamento autolesivo e impulsivo; sintomi dissociativi; lamentele somatiche; sentimenti di inefficienza, vergogna, disperazione, o mancanza di speranza; sentirsi irreparabilmente danneggiati; perdita di convinzioni precedentemente sostenute; ritiro sociale; sensazione di minaccia costante; compromissione delle relazioni con gli altri; oppure cambiamento delle caratteristiche precedenti di personalità…Può esservi una maggior rischio di disturbo di panico, agorafobia…” (DSM-IV, 469-470)

 

Anche dove le conseguenze non sono così visibili e riscontrabili, l’elenco dei problemi organici e psicologici è impressionante, con costi umani e sociali altissimi.

Un’ indagine Istat del 2007, compiuta attraverso un’indagine telefonica, dichiara che le donne che hanno subito più violenze dai partner, in quasi la metà dei casi hanno sofferto, a seguito dei fatti subiti, di perdita di fiducia e autostima, di sensazione di impotenza (44,5%), disturbi del sonno (41,0%), ansia (36,9), depressione (35,1%), difficoltà di concentrazione 23,7%), dolori ricorrenti in diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,2%), idee di suicidio e autolesionismo (12,1%).

La relazione che le donne maltrattate hanno con il loro corpo è spesso ambigua: non sono viste, guardate, considerate per i segni visibili della violenza. In alcuni casi la sconnessione dal proprio corpo è evidente e si rifiutano di sentire attraverso di esso, perché farlo significherebbe aprirsi ad aspetti troppo dolorosi della propria vita. Di conseguenza, il proprio interagire con il mondo e la propria esistenza, vengono vissuti su un piano esclusivamente cognitivo, scollegando tutto ciò che rimanda al proprio corpo.

Carla mi racconta di essere stata per anni come congelata. Ha un immagine di sé come immersa in un enorme cubo di ghiaccio, nel quale ha vissuto, anestetizzata al mondo. Le cose negative che le sono accadute e la sua impotenza, non hanno fatto altro che aumentare la sua disistima e la sua depressione.

La relazione che le donne maltrattate hanno con il loro corpo è spesso ambigua: non sono viste, guardate, considerate per i segni visibili della violenza. In alcuni casi la sconnessione dal proprio corpo è evidente e si rifiutano di sentire attraverso di esso, perché farlo significherebbe aprirsi ad aspetti troppo dolorosi della propria vita. Di conseguenza, il proprio interagire con il mondo e la propria esistenza, vengono vissuti su un piano esclusivamente cognitivo, scollegando tutto ciò che rimanda al proprio corpo.

Nominare la violenza e i suoi esiti aiuta a riconoscerla.

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