Che resta della sofferenza?

Posted by on ott 7, 2014 in News | 0 comments

Che resta della sofferenza?

Capita qualche volta che antichi dolori ritornino.

Arrivano per caso, dopo aver colto un’ immagine, trattenuto un pensiero, sfiorato un ricordo, incontrato un persona sperduta nella nostra memoria. Ci imbattiamo nuovamente nelle macerie di un lutto, di un sogno infranto, un amore finito, una separazione, un abbandono, una delusione e quel detrito di ricordo contiene una goccia distillata di puro dolore.

È tra questi detriti abbandonati che ci muoviamo, che si muove la nostra vita, che continuiamo a vivere, sentire, innamorarci. Sono resti di cose, situazioni, persone, che ci sono state date e poi tolte, che per alcuni tratti hanno rappresentano il tutto e poi si sono impercettibilmente e inspiegabilmente depositate sullo sfondo e apparentemente diventate niente.

È tra questi fantasmi che si muove il presente, tentando di resistere nuovamente alla morte.

Si perde la percezione di essere sfuggiti a furiose tempeste e rimane il dubbio che “l’ebrezza”, il senso, sia proprio di prendere parte a questi faticosi e personali travagli.

 

NON BADATE A ME

Fra le cose che il mare getta

si cerchino le più dissecate,

zampe violette di gamberi,

testine di pesci morti,

soavi sillabe di legno,

piccoli paesi di perla,

si cerchi ciò che il mare ha sfatto

con inutile insistenza,

ciò che ha rotto e squassato

e abbandonato per noi.

Sono petali inanellati,

cotoni della tempesta,

sterili gemme dell’acqua

e ossa gracili d’uccello

che sembra ancora volare.

Si svuota il mare delle sue scorie,

il vento gioca con gli oggetti,

il sole ogni cosa abbraccia

e il tempo vicino al mare

conta e tocca quanto esiste.

Io conosco tutte le alghe,

gli occhi bianchi della rena,

le piccole mercanzie

delle maree dell’autunno

e, come un gran pellicano,

edifico umidi nidi,

spugne che adorano il vento,

e labbra d’ombra abissale,

ma nulla è più lacerante

dell’indizio di un naufragio:

il dolce legno scomparso

che fu morso dalle onde

e sdegnato dalla morte.

Bisogna cercare cose oscure

in qualche parte della terra,

in riva al silenzio azzurro

o dove è passato il treno

di una furiosa tempesta:

restano segni sottili,

monete di tempo e d’acqua,

detriti, celeste cenere,

e l’ebrezza intrasferibile

di prender parte ai travagli

della spiaggia spopolata.

Pablo Neruda

 

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