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Uscire dall’inferno: allontanarsi da una storia distruttiva e mortificante

Posted by on lug 15, 2017 in News | 0 comments

Uscire dall’inferno: allontanarsi da una storia distruttiva e mortificante

Ci sono relazioni che, anziché vitalizzare, mortificano. Eppure, talvolta, invece di chiudersi definitivamente lasciano uno strascico molesto e disturbante, che viene alimentato da una fiammella di comunicazione continua e ininterrotta con cellulare o social network. Ci si trova invischiati in una NON-relazione che non da nulla, toglie e basta. La strategia per allontanarsi da una storia distruttiva, che fa male, che offende, è banale: darsela a gambe, stare alla larga da chi ci manipola anche emotivamente e sa far leva sui nostri punti deboli, ad esempio il grande bisogno di compiacere il prossimo, senza mai imporsi. Quanto conta per noi che gli altri ci restituiscano un’immagine accogliente e rassicurante, quanto siamo in grado di garantirci in autonomia stabilità e sicurezza e quanto invece le mendichiamo presso gli altri? Se i comportamenti per vivere più serenamente, non vederlo, non frequentarlo, non rispondere al telefono, alle provocazioni, ai messaggi, possono apparire semplici, talvolta non è così, perché ci sono figli in comune o un comune luogo di lavoro, in questo caso la relazione va mantenuta per le cose strettamente necessarie. Dietro i comportamenti, poi, ci sono le emozioni e le paure, e quando la solitudine attanaglia le dita rispondono ai messaggi e gli occhi cercano le risposte. Si lascia un pò la porta aperta, si risponde  alle conversazioni, alle chiamate, nell’illusione che la situazione possa cambiare, o che lui possa cambiare, o perlomeno che lui possa diventare più rispettoso o ragionevole. E’ questo il punto in cui non ci si rende conto che il proprio comportamento condiziona quello di lui. E’ dura stare distanti, ma è altrettanto dura stare vicini, perciò meglio soffrire per se stessi che soffrire per altri. E’ più risolutivo affrontare un periodo di stress e lutto, che uno stillicidio continuo e senza fine, che si mangia gli anni della vita e le possibilità. Esistono dei comportamenti specifici legati al disincentivare uno stalker o una persona particolarmente molesta e insistente. Quando un comportamento è rinforzato, cioè premiato, probabilmente sarà riproposto; se un comportamento viene premiato solo una volta ogni tanto (rinforzo intermittente), l’apprendimento è ancora maggiore e il comportamento verrà conservato a lungo. Se una persona risponde al suo molestatore, gli atteggiamenti molesti difficilmente termineranno e questo accade anche se la vittima risponde solo saltuariamente. Il rinforzo intermittente (rispondere una volta ogni tanto), infatti, ha un potere di gran lunga superiore a quello del rinforzo continuo: mantiene il comportamento nel tempo. Questo è molto importante perché le vittime di molestie e stalking si sentono in una posizione di totale passività; l’assenza di una loro risposta o reazione, in realtà, le renderebbe nuovamente potenti e attive e contribuirebbe a migliorare la situazione. Che fare quindi di fronte ad una persona che molesta o insiste e non ha nessuna intenzione di smettere? Innanzitutto leggere con obiettività il proprio agire: il comportamento della vittima condiziona molto la risposta del molestatore. Perciò: 1) decidere di non sopportare: tutelarsi è possibile e migliora l’autostima; 2) non rispondere MAI ai comportamenti molesti: una risposta, anche saltuaria rinforzerebbe il comportamento nel tempo; 3) rinunciare ad un atteggiamento educativo nei confronti del molestatore: gli spiego cosa mi da fastidio, così lo miglioro; 4) rinunciare alla propria onnipotenza: il mio amore lo cambierà; 5) tenere un linguaggio chiaro e una comunicazione non ambigua; 6) chiedere aiuto...

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Violenza sulle donne: in gruppo per uscirne, le testimonianze dalla viva voce delle protagoniste

Posted by on gen 27, 2017 in News | 0 comments

Violenza sulle donne: in gruppo per uscirne, le testimonianze dalla viva voce delle protagoniste

Lo scorso anno ho finalmente realizzato un’ idea che avevo da tempo: creare una rete tra le mie pazienti accomunate dall’esperienza della violenza subita, sia fisica, che psicologica, economica e sessuale. Mi piaceva l’idea di scardinare simbolicamente i concetti di solitudine e isolamento, che sempre si presentano in queste vicende. Ho proposto di partecipare sia a donne che avevano un percorso terapeutico in atto, che ad altre che l’avevano già concluso. Il gruppo è rimasto attivo per 7 mesi, con cadenza quindicinale, in orario serale, completamente gratuito. Si sono incontrate persone molto diverse tra loro, tra i 30 e i 60 anni, con e senza figli, con storie di maltrattamento vicine o lontane nel tempo. Antonella scrive: Se ripenso a come è cambiata la mia vita negli ultimi due anni, ci sono volte in cui stento ancora a crederci. Questo cambiamento per me è stata una rinascita, una riscoperta di me a 360°. E’ stato in questo periodo che mi è stato proposto di far parte di un Gruppo…….mi stavo abituando ad affrontare esperienze nuove, che stavo sperimentando su me stessa e non ho esitato ad accettare. Nel debutto del Gruppo credo fossimo accomunate da curiosità, perplessità, diffidenza. Con il tempo, i muri sono crollati, le difese si sono abbassate ed è iniziato il dialogo, la condivisione, la consapevolezza, la solidarietà , una sorta di complicità ma soprattutto l’affetto che piano piano è germogliato forse anche inaspettatamente, perchè eravamo tutte deluse, sfiduciate, amareggiate, ferite. Tra di noi la parola Giudizio però non è mai esistita. Invece, insieme, abbiamo scoperto che nella Vita ci si può ancora stupire, anzi non bisognerebbe mai smettere di stupirsi e di sognare. Insieme abbiamo capito che in fondo al tunnel c’è la luce, che la forza sta in Noi e ne siamo diventate consapevoli. Abbiamo versato lacrime e, chissà ne verseremo ancora, ma abbiamo anche sorriso. Tutto insieme….. e tutte insieme abbiamo capito che possiamo rimetterci in gioco reinventandosi una Vita, la Nostra Vita. Strada facendo, abbiamo creduto e investito nel Gruppo e abbiamo avuto ragione. Grazie Paola Partecipare ad un gruppo così strutturato rappresenta un punto di arrivo e non di partenza, né semplice né scontato, di un processo orientato alla valorizzazione di sè e alla emancipazione dal ruolo di vittima. Il genere di problema di cui stiamo parlando, la violenza sulle donne, è immerso in una sorta di composto che ha funzionato come conservante per secoli e i cui ingredienti sono una miscela di silenzio, tabù, pregiudizi legati agli stereotipi di genere, aspettative sociali e familiari, ma anche una forte dose di paura, vergogna, trauma, confusione, immagine ideale di famiglia, immagine impoverita di se stesse. Poter parlar di sè a qualcun altro, descrivere quello che si sente, vederlo, identificarlo, localizzarlo, non è per nulla facile e scontato e a volte sono necessari anni di lavoro per riuscire a condurre quel senso d’insoddisfazione e di svalorizzazione a qualcosa di concreto, per riuscire a dire: “sono stata una donna che ha subito violenza”. Linda scrive: A volte nella vita si tende a pensare di avere problemi così tanto personali da poterli definire unici e si rischia quindi di non condividere nulla per paura di non essere capiti o peggio giudicati… o almeno io l’ho sempre pensata così. Preferivo piuttosto tenermi tutto dentro a costo di sentirmi sola. E sentirsi sola è come vedere tutto buio. Ma qualcosa dopo il percorso con Paola è cambiato. Inaspettatamente, ho accettato di partecipare ad un gruppo di incontro con temi molto forti e personali e con piacevole sorpresa ho scoperto che, in fondo in fondo, siamo tutte uguali. Siamo donne che hanno affrontato e che continuano ad affrontare le...

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“Non mi perdono di averti scelto”: lettera di una donna all’uomo sbagliato

Posted by on gen 8, 2017 in News | 4 comments

“Non mi perdono di averti scelto”: lettera di una donna all’uomo sbagliato

Scegliere l’uomo sbagliato, evidentemente sbagliatissimo, ma resistere, aspettare, portar pazienza, accettare di essere calpestate. Eppure era tutto chiaro, eppure tutti l’avevano capito. Purtroppo è un problema condiviso da molte: questo è uno scritto di una paziente che ha scelto l’uomo sbagliato e non riesce a perdonarselo. “Non riesco a perdonarmi di averti scelto. Non riesco a perdonare quella piccola parte di me che ci ha creduto, che ha creduto di essere tanto speciale da poterti cambiare, o che tu non fossi così marcio come mostravi di essere. Non mi perdono per tutte quelle volte che, credendo di tenerti legato a me, ho messo in secondo piano me stessa, i miei desideri e i miei bisogni. Non mi perdono per essere stata un’amante disponibile sempre, anche quando avrei solo voluto che stessimo abbracciati, senza fare nulla. Non mi perdono di essere stata la tua confidente, la spalla su cui hai pianto, la valvola di sfogo per i tuoi interminabili e insensati sproloqui. Non mi perdono di averti dato tutto questo incondizionatamente, senza ricevere mai nulla in cambio. Nemmeno affetto. Nemmeno tempo, perché il tempo che mi regalavi era fatto di spazi vuoti da riempire. Non mi perdono per averti creduto ancora e ancora, nonostante tu mi abbia delusa sempre, fin dall’inizio. Non mi perdono di averti visto flirtare con altre donne e di non essermi alzata e allontanata subito e senza voltarmi. Non ti perdono di averci provato con le mie amiche. Non mi perdono di essere rimasta nonostante le offese, esplicite o velate. Non mi perdono di non essermi ascoltata abbastanza. Non ti perdono per avermi trattata come una persona di poco valore. Non mi perdono per avertelo permesso. Non riesco a perdonarmi di averti scelto e di essermi fatta scegliere da uno come te. Non mi perdono nemmeno quei momenti in cui mi sento fragile e un po’sola e penso, ancora una volta, che tu possa tornare cambiato“ Quando il tempo è passato, i fatti e i ricordi sono sfumati, a volte rimane solo il rancore verso se stessi. Un grande rancore. Non ci si perdona di aver errato in maniera così evidente, così macroscopica. Eppure…Errare Humanum est. Tutti conoscono questa locuzione latina, ma non tutti riescono ad accettarla per se stessi e soprattutto per le vicende di cuore. Ci sono persone che proprio non sono in grado di perdonarsi gli errori commessi e che a distanza di mesi o di anni continuano a martellarsi e a colpevolizzarsi. Tutti quanti sbagliamo, anzi sbagliare è fondamentale per l’apprendimento, anche emotivo. Gli errori insegnano e questo, in fondo, è il lato buono dell’errore. Cosa si impara da una relazione sbagliata, magari l’ennesima? Cosa si è appreso di più dell’amore che prima non si sapeva e come siamo cresciuti in quell’inciampo che ha fatto tanto soffrire? Come quello che è accaduto ha contribuito a conoscerci meglio, a conoscere noi stesse? Non ci si definisce che nella relazione con gli altri, quindi anche la propria ombra si svela solo quando siamo in relazione. Una relazione d’amore realizza una potente proiezione di aspetti di sé, quindi è fondamentale per conoscersi. Cosa ci ha affascinato di quella persona? Che fascinazione ci imbroglia a tal punto da rimanere imbrigliate in una rete che non perdona? Alcune persone, soprattutto donne, vivono con grande senso di disagio e insoddisfazione il fatto di aver nuovamente sbagliato relazione, innescando sensi di colpa logoranti. . E’ molto diverso, però, accettare di essere responsabili e capire che cosa è andato storto, che piangere sul latte versato e passare anni della propria vita punendosi per lo sbaglio commesso. Imparare ad accettare i propri...

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Amore gassoso al tempo di Whatsapp

Posted by on dic 28, 2016 in News | 0 comments

Amore gassoso al tempo di Whatsapp

L’inconsistenza in amore e nelle relazioni in generale è sempre più comune. Dopo aver tolto l’impegno, i vincoli istituzionali, le promesse, la responsabilità, ora togliamo l’ultimo grande protagonista: il corpo. Sembra che la virtualità abbia contribuito a separare la comunicazione dalla relazione. La prima non è più una funzione della seconda, può esistere fine a stessa, scarnificando però il senso stesso di rapporto umano. Le moderne relazioni secondo Zygmunt Bauman si caratterizzano per la liquidità. Se la modernità si definiva per la struttura rigida, dura e atrofizzata del sistema, che si fondava sull’esclusione delle diversità e sulla fissità delle categorie e dell’ordine sociale, oggi la situazione postmoderna, secondo il filosofo, sembra proporre una condizione completamente rovesciata. Il contemporaneo è liquido, ha cioè perduto ogni caratteristica di rigidità ma al tempo stesso d’identità. Il liquido non ha una forma propria ma si adatta alle mutevoli forme che sono proposte. Se da un lato, così, vige la libertà più assoluta, dall’altro viene a mancare la possibilità di società, cioè una reale condivisione di forme sociali, valori, interessi. La metafora dell’amore liquido di Bauman, sembra addirittura un bel ricordo, edulcorato rispetto agli odierni accadimenti gassosi: l’amore ai tempi di whatsapp consente di amarsi (??) a distanza, in continuazione, senza includere i 5 sensi, necessari per conoscersi davvero. Essere connessi è più facile di essere in relazione, più aereo, più svincolato dalle responsabilità, si può dire senza dire, si può fare senza fare, non ci si assume nulla, perché quando ci si assume qualcosa si è presenti, completamente, corpo, spirito, mente e comunicazione. Quando non ci si assume la responsabilità le caratteristiche gassose aumentano, l’inconsistenza genera incomprensione: nessuno è stato, nessuno ha detto, niente esiste. Chi si assume la responsabilità del nulla, del gassoso, del volatile, dell’inconsistente, del light, del trasparente? Non scegliamo relazioni virtuali, mediate da strumenti di fabbricazione cinese, quando abbiamo a disposizione un intero corpo e un intero cervello su cui possiamo contare, con cui posso comunicare, sentire, vedere, ascoltare, provare, sperimentare! Perché accettare compromessi? Cosa ci può dare in più una tecno comunicazione? Velocità? Efficacia? Immediatezza? Prontezza? Non dimentichiamo che siamo stati “progettati” per conoscere attraverso i nostri 5 sensi (vista, udito, tatto, olfatto, gusto), solo in questo modo approcciamo il mondo e le persone intorno a noi, solo in questo modo conosciamo e amiamo. La virtualità è solo un mezzo. Non lasciamo che i bisogni di relazione, di intimità, di comunicazione e di tenerezza siano saziati da  messaggi inviati nei momenti di noia o di nullafacenza, pretendete di essere scelti e che sia sprecato e investito del tempo per...

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Il cambiamento emotivo in menopausa: fattori di rischio e di protezione

Posted by on set 14, 2016 in News | 0 comments

Il cambiamento emotivo in menopausa: fattori di rischio e di protezione

  La menopausa rappresenta un momento di grandi modificazioni sia fisiche e psicologiche, che di considerazione sociale. Le donne si trovano a dover fronteggiare grandi cambiamenti di prospettiva legati sia al sentirsi percepite in maniera diversa dal contesto sociale, che al declino della fertilità e ai cambiamenti del corpo, che talvolta si presentano accompagnati da un senso di perdita e lutto e dalla diminuzione dell’autostima. Il profondo cambiamento dell’immagine corporea e il distacco della sessualità dalla funzione riproduttiva possono provocare sentimenti di vuoto, ferite narcisistiche ed emozioni di frustrazione. L’adattamento a questa fase è direttamente proporzionale alla capacità di far fronte agli avvenimenti della vita e talvolta è fattore precipitante la crisi di coppia che interviene proprio in quest’età in cui, dato che i figli sono ormai cresciuti, le coppie dovrebbero re-incontrarsi. La soggettiva capacità di far fronte agli eventi, pertanto, incide sul fronteggiare la sindrome menopausale, caratterizzata inevitabilmente da uno squilibrio del sistema nervoso autonomo, da possibile instabilità emotiva e da cambiamenti metabolici. La capacità di risoluzione della sindrome menopausale risiede nelle caratteristiche di personalità, in grado di stabilire modalità individuali di far fronte ai problemi. Inoltre, studi longitudinali NON hanno evidenziato che le donne in menopausa aumentano la possibilità di sviluppare un episodio depressivo. D’altra parte molte donne manifestano una diminuzione del tono dell’umore nel corso della perimenopausa, ma sembrano più esposte coloro che presentano un periodo perimenopausale più lungo. In questi casi, dopo l’avvenuta menopausa l’umore sembrerebbe tornare nell’ambito della normalità. Le donne che hanno già presentato episodi ansioso depressivi sembrano più vulnerabili nel corso della menopausa e quindi più esposte ad ulteriori episodi: vi è un aumentato rischio di sviluppare una sintomatologia depressiva in menopausa in quelle donne che abbiano una storia pregressa di disturbi dell’umore correlati al ciclo riproduttivo, incluse disforia premestruale (alterazioni dell’umore prima del ciclo mestruale) e depressione post-partum. Sono fattori di rischio anche l’insorgere di malattie organiche o altri fattori stressanti come problemi familiari, lavorativi, economici o sociali. Le donne oppresse dalle responsabilità hanno un rischio più elevato di sviluppare disturbi dell’umore in perimenopausa rispetto alla popolazione in generale.   Le ricerche dimostrano che i fattori di rischio a esposizione ai problemi emotivi in menopausa sono pertanto: Precedenti episodi depressivi (compreso post-partum) Storia di sindrome disforica premestruale (alterazione dell’umore premestruali) Lunga durata della perimenopausa Malattie croniche Bassa scolarità Perdita di figure significative   Le ricerche ci dicono che sono fattori di protezione: Il livello di istruzione L’essere ottimiste e in vuona salute prima della menopausa, in quelle che non hanno alterazioni dell’umore prima del ciclo Consumare pochi farmaci da banco Non soffrire di malattie croniche Non fumare e bere moderatamente Non essere stressate Fare attività fisica regolare Avere un buon atteggiamento nei confronti dell’invecchiamento   Il rapporto tra menopausa e disturbi emotivi è ancora causa di dibattito, ma la menopausa non è in se stessa un fattore precipitante del disagio emotivo. La menopausa po’ essere un periodo di auto-riflessione e di consapevolezza, che aumenta la possibilità di cambiamento consapevole. BIBLIOGRAFIA: FACCO Flavia, L’invisibile in menopausa, Franco Angeli, Milano 2005. GALIMBERTI Umberto, Il corpo, Feltrinelli, Milano1987. GRAZIOTTIN Alessandra, Il dolore segreto, Mondadori Editore, Milano 2005. GRAZIOTTIN Alessandra, Principi e pratica di terapia sessuale, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2004. STEWART Donna E., Menopausa, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2005....

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Difendersi dai prepotenti (si può!)

Posted by on lug 26, 2016 in News | 0 comments

Difendersi dai prepotenti (si può!)

Se fosse solo ignoranza potremmo tentare di esserne indifferenti, ma quasi sempre l’esibizione di forza si accompagna alla prepotenza che, purtroppo, non è solo un problema soggettivo, come dimostrano i fatti quotidiani, ma collettivo. Essa rappresenta lo specchio di un modello culturale dilagante e vincente, del personaggio che ha sempre ragione, che non deve chiedere mai, che non sbaglia mai, che possiede armi, potere  e amicizie giuste per far valere il suo punto di vista. Molti di noi nella vita hanno avuto a che fare con persone aggressive e intimidatorie, sia all’interno delle relazioni intime, ma anche di quelle più allargate: a scuola, al lavoro, in famiglia, tra i vicini di casa, un semplice passante. Ci sono, infatti, individui che possono sembrare tranquilli e pacifici per anni, ma che poi costruiscono vespai di conflitti e sotterfugi, che probabilmente rappresentano le proiezioni dei nodi irrisolti che da sempre vivono con loro stessi. Ma perché occuparsi delle vittime dei prepotenti? Perché, spesso, la prepotenza paralizza e rende incapaci, inattivi, spaventati. In altre parole la prepotenza ci rende vittime. Il prepotente spesso sostiene la propria mortificante tesi su finti saperi e finte conoscenze e competenze: mette in piedi un castello di carte che a volte è possibile abbattere con un solo soffio. Ho pensato di mettere in fila alcune piccole strategie di sostegno alle vittime  nelle relazioni con i prepotenti, perché chi subisce è spesso confuso e annichilito e ha bisogno di una stampella, anche operativa, al proprio modo di porsi. Quelle di seguito riportate sono indicazioni volutamente generiche, ognuno prenderà in considerazione quella che fa al caso proprio. Mantenere la maggior distanza possibile dal prepotente: evitare di entrare in contatto con lui per quanto possibile; Parlare con qualcuno: l’uscita dalla solitudine e il confidarsi con qualcuno è un fattore di protezione importantissimo per sentirsi sostenuti. L’appartenere ad un gruppo libera dal senso di isolamento e vergogna; Darsi tempo e prendere tempo (azione, non reazione): la persona aggressiva generalmente incalza e sollecita un fare o una risposta ad un’aggressione. Prendere tempo significa passare da una condizione di reazione ad una di progetto. L’azione non calibrata, infatti, aumenta la possibilità di incorrere nell’errore, anche semplicemente di rispondere con lo stesso tono dell’aggressore. Il sollecitare all’azione (sbrigati, deciditi, fai, dimmi….) mette la vittima del prepotente in una condizione di debolezza. Perciò: prima di rispondere contare fino a 100 e quando possibile riservarsi la possibilità di decidere con calma. Mantenere un atteggiamento neutro e di ascolto è la strategia migliore, rispondendo: “OK, CI PENSO”. Prendere tempo si può! Chiedere aiuto, verificando gli argomenti con i quali si è minacciati e ricattati e conoscere i diritti e i doveri legati al contesto in cui la prepotenza viene agita (luogo di lavoro, matrimonio, relazioni famigliari, rapporti di vicinato). Spesso il prepotente brandisce argomenti e leggi inesistenti, ipotesi fantascientifiche e improbabili, tutto ovviamente a suo favore. E’ proprio questo il fine della prepotenza: imporre senza diritto la propria volontà. Conoscere e far valere i propri diritti è quindi fondamentale. In caso di minaccia alla propria incolumità è consigliabile chiedere aiuto alle forze dell’ordine. Dotarsi di strumenti per esprimere pensieri lucidi e giudizio obiettivo sulla realtà: non accontentarsi degli scenari prospettati dal prepotente attraverso le sue minacce, ma imparare a vederli come oggettivamente sono, avvalendosi anche dello sguardo altrui. L’atteggiamento tipico del prepotente è quello di puntare sul senso di colpa e sull’ inadeguatezza dell’interlocutore, facendolo sentire in errore. Evitare le accuse che portano inevitabilmente ad inasprire i conflitti. Meglio non mettere l’accento sui limiti e i problemi dell’altro (e tu allora?), ma identificare i tempi e i luoghi in cui il conflitto possa essere risolto senza...

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