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NOEMI e l’incapacità dei suoi genitori di dirle di NO

Posted by on gen 3, 2019 in News | 0 comments

NOEMI e l’incapacità dei suoi genitori di dirle di NO

Imporre dei limiti ai figli, tanto più se adolescenti, è necessario e fondamentale. La difficoltà di dire no, di imporre delle regole è tanto maggiore quando l’asimmetria, necessaria nella relazione pedagogica, viene a mancare. Quando parlo di asimmetria in educazione intendo la disparità tra educatore ed educando: genitori e figli non possono e non devono essere uguali e sullo stesso piano. Gli aspetti che qualificano questa differenza sono l’assunzione di responsabilità e la diversa consapevolezza. Ci sono famiglie, però,  dove il ruolo genitoriale si è sfumato in una relazione che molti genitori non esitano definire amicale: “Sono amico dei miei figli, ci diciamo tutto.”, mi riferiscono molti genitori non senza una punta di orgoglio. Peccato però che i bambini e i ragazzi abbiano un forte bisogno di figure di riferimento e un genitore, se è “pari”al figlio, non può essere una guida, anzi talvolta costituisce una fonte di insicurezza e  preoccupazione. Alcuni adulti temono i figli, hanno paura a esercitare il loro ruolo e a imporre le necessarie regole perché potrebbero offendersi, arrabbiarsi, vendicarsi, stare male. Si ribaltano così le dinamiche di potere e d’influenzamento: i figli tengono in pugno i genitori e si tratta di un pugno di ferro, irremovibile! Nell’ultimo secolo la relazione genitori-figli è completamente cambiata, agli inizi del ‘900 i figli davano del Voi ai genitori e il linguaggio indicava, sicuramente, uno stile di relazione caratterizzato dalla distanza e dalla totale assenza di dinamiche di identificazione: genitori e figli esprimevano ruoli e posizioni nettamente contrapposte e certamente distanti. Ai nostri giorni la distanza è completamente abolita in nome della totale vicinanza, che può essere addirittura di fusione e confusione, ma che non garantisce maggiore comprensione di ciò che costituisce il meglio per il figlio. In altre parole, la vicinanza non è di alta qualità: questi genitori sono in grado di coccolare, avvolgere, vezzeggiare, difendere e proteggere, ma per nulla di imporre, definire, orientare, creando ragazzi per nulla in grado di elaborare le frustrazioni. Il principio educativo che va per la maggiore è quello materno, rotondo e accogliente, mentre quello paterno, spigoloso e regolato, sembra essersi estinto, con grave danno per gli argini emotivi che un adolescente deve avere. E così i ragazzi si barcamenano sulle fondamenta melmose del “tutto lecito” e “tutto consentito”, non hanno sponde certe e solide delle quali fidarsi, ma uno sfondo liquido e possibilista che offre infinite libertà ma, proprio per questo, anche infinite insicurezze. Riporto su questo tema la testimonianza di NOEMI, una mia giovane paziente 20enne che scrive:   “Questa mattina ero in treno, guardavo fuori dal finestrino, ascoltando canzoni che parlano di cielo, di mare e di amore, quell’amore che ti tiene sveglio la notte e che ti porta magari a piangere, ma magari anche a ridere forte, così forte che le persone attorno a te, si stupiscono, disabituati ormai a vedere le persone ridere. Ho 20 anni e non so cosa sia l’amore. O meglio, non so cosa sia PER ME l’amore. Perché onestamente, diciamocelo, l’amore credo debba davvero diventare universale, ma nel privato di ognuno di noi, non è poi così. Intendo dire: ognuno di noi, dà una definizione diversa, all’amore. Perché per fortuna, ognuno di noi, lo vive e lo percepisce in maniera diversa dal resto dell’umanità. Beh, io non so cosa significa amare ed essere amati, o almeno, non so cosa significa amare davvero. Chi o cosa stabilisce quando l’amore è vero? Per me l’amore vero non sono nemmeno i miei genitori. E ci pensavo, appunto, questa mattina. Eravamo fermi con il treno in un paese vicino Padova, e vicino alla linea gialla, c’era una...

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Le prime botte non si scordano mai: sesso, amore e violenza tra gli adolescenti

Posted by on gen 6, 2018 in News | 0 comments

Le prime botte non si scordano mai:  sesso, amore e violenza tra gli adolescenti

  L’adolescenza si delinea come una fase del ciclo vitale caratterizzata da una condizione di “sospensione sociale”, di passaggio, di prova, che causa inevitabilmente un certo disagio. A quest’età, i ragazzi e le ragazze sperimentano una maggiore indipendenza emotiva dai genitori e da altre figure adulte significative, instaurano relazioni nuove e più mature con i coetanei, sono maggiormente in grado di prendere decisioni in modo autonomo e, infine, iniziano a strutturare un proprio stile di vita, più o meno salutare. Una delle principali sfide dell’adolescenza è quella di essere in grado di istaurare una relazione di tipo sentimentale. Oggi, infatti, si parla sempre più spesso di “Dating Violence” (DV), ovvero la violenza all’interno delle relazioni di coppia degli adolescenti. Il termine DV include tutti i comportamenti aggressivi di tipo psicologico, fisico e sessuale, così come i comportamenti di controllo e lo stalking. I comportamenti di dominazione e controllo in adolescenza sono: Percosse, spintoni, aggressioni; Umiliazioni e denigrazioni; Imposizione di essere come non si è (comportarsi e vestirsi in un certo modo); Imposizione di comportamenti sessuali non desiderati; Imposizione di altri comportamenti non desiderati in nome del grande amore; Imposizione a sacrificare sé stessi/e in nome dell’amore: l’amore non è mortificazione ma valorizzazione; L’amore non è esclusivo. Se lui/lei mi chiede di non vedere più i miei amici…forse non è amore; Gelosia esasperata: non posso più parlare con nessuno, non posso ridere e scherzare; Controllo: telefonate continue e verifiche assidue; Provocazioni ed umiliazioni sessuali. I fattori di rischio che possono portare un adolescente a commettere la “teen dating violence” sono: Aver vissuto in famiglia situazioni di violenza e prevaricazione; Fragilità di modelli materni e paterni; Essere entrati in contatto con stereotipi di genere (gli uomini sono forti e le donne sono fragili); Pensare che il problema della violenza riguardi solo gli altri; Cercare la realizzazione affettiva solo nella coppia. Cosa dicono le ricerche su adolescenza e violenza: In tema di Daiting Violence sono state condotte diverse ricerche, in particolare un sondaggio Istat (2015) rileva che 5 maschi su 10 non hanno problemi ad alzare le mani sulla propria ragazza, e che 2 femmine su 5 ritengono che comportamenti violenti, come uno schiaffo, siano un gesto d’amore e virilità. Parallelamente da un’indagine di Telefono Azzurro e Doxa (2014) su più di 1500 adolescenti italiani (52% maschi, 48% femmine) tra gli 11 ed i 18 anni, emerge come al 22,7% del campione sia capitato che il/la proprio/a partner urlasse contro di lui/lei. Il 13,9% riferisce di essere stato/a oggetto di insulti da parte del/della partner, mentre il 32,8% degli intervistati conosce qualcuno che è stato insultato dal/dalla partner. Alla luce di questi dati e per la mia personale esperienza professionale mi sembra importante riflettere su come l’adolescente di oggi, avvicinato in letteratura al mito di Narciso, vive l’amore e perché esprime anche violenza nelle relazioni. Egli infatti, in un momento difficile della propria crescita a causa della necessità della propria autoaffermazione, cerca nell’altro qualcosa che gli manca per sentirsi completo, insegue un vincolo amoroso animato dal bisogno e dall’aspettativa di essere pensato e teneramente rispecchiato. L’adolescente ha della storia d’amore una visione che lo assorbe pienamente: è qualcosa che non terminerà mai, destinato a durare in eterno. L’amore è un sentimento basato sull’idealizzazione della persona amata che viene scelta e preferita a tutto e tutti. Ed è proprio in questa dinamica utopica che la violenza trova terreno fertile poiché nasce da un investimento affettivo estremo, un amore malato in cui possessività, orgoglio, gelosia ossessiva e divieti possono essere scambiati come gesti d’amore. Questo tipo di amore “privato” unito alla paura, spesso insensata,...

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Uscire dall’inferno: allontanarsi da una storia distruttiva e mortificante

Posted by on lug 15, 2017 in News | 0 comments

Uscire dall’inferno: allontanarsi da una storia distruttiva e mortificante

Ci sono relazioni che, anziché vitalizzare, mortificano. Eppure, talvolta, invece di chiudersi definitivamente lasciano uno strascico molesto e disturbante, che viene alimentato da una fiammella di comunicazione continua e ininterrotta con cellulare o social network. Ci si trova invischiati in una NON-relazione che non da nulla, toglie e basta. La strategia per allontanarsi da una storia distruttiva, che fa male, che offende, è banale: darsela a gambe, stare alla larga da chi ci manipola anche emotivamente e sa far leva sui nostri punti deboli, ad esempio il grande bisogno di compiacere il prossimo, senza mai imporsi. Quanto conta per noi che gli altri ci restituiscano un’immagine accogliente e rassicurante, quanto siamo in grado di garantirci in autonomia stabilità e sicurezza e quanto invece le mendichiamo presso gli altri? Se i comportamenti per vivere più serenamente, non vederlo, non frequentarlo, non rispondere al telefono, alle provocazioni, ai messaggi, possono apparire semplici, talvolta non è così, perché ci sono figli in comune o un comune luogo di lavoro, in questo caso la relazione va mantenuta per le cose strettamente necessarie. Dietro i comportamenti, poi, ci sono le emozioni e le paure, e quando la solitudine attanaglia le dita rispondono ai messaggi e gli occhi cercano le risposte. Si lascia un pò la porta aperta, si risponde  alle conversazioni, alle chiamate, nell’illusione che la situazione possa cambiare, o che lui possa cambiare, o perlomeno che lui possa diventare più rispettoso o ragionevole. E’ questo il punto in cui non ci si rende conto che il proprio comportamento condiziona quello di lui. E’ dura stare distanti, ma è altrettanto dura stare vicini, perciò meglio soffrire per se stessi che soffrire per altri. E’ più risolutivo affrontare un periodo di stress e lutto, che uno stillicidio continuo e senza fine, che si mangia gli anni della vita e le possibilità. Esistono dei comportamenti specifici legati al disincentivare uno stalker o una persona particolarmente molesta e insistente. Quando un comportamento è rinforzato, cioè premiato, probabilmente sarà riproposto; se un comportamento viene premiato solo una volta ogni tanto (rinforzo intermittente), l’apprendimento è ancora maggiore e il comportamento verrà conservato a lungo. Se una persona risponde al suo molestatore, gli atteggiamenti molesti difficilmente termineranno e questo accade anche se la vittima risponde solo saltuariamente. Il rinforzo intermittente (rispondere una volta ogni tanto), infatti, ha un potere di gran lunga superiore a quello del rinforzo continuo: mantiene il comportamento nel tempo. Questo è molto importante perché le vittime di molestie e stalking si sentono in una posizione di totale passività; l’assenza di una loro risposta o reazione, in realtà, le renderebbe nuovamente potenti e attive e contribuirebbe a migliorare la situazione. Che fare quindi di fronte ad una persona che molesta o insiste e non ha nessuna intenzione di smettere? Innanzitutto leggere con obiettività il proprio agire: il comportamento della vittima condiziona molto la risposta del molestatore. Perciò: 1) decidere di non sopportare: tutelarsi è possibile e migliora l’autostima; 2) non rispondere MAI ai comportamenti molesti: una risposta, anche saltuaria rinforzerebbe il comportamento nel tempo; 3) rinunciare ad un atteggiamento educativo nei confronti del molestatore: gli spiego cosa mi da fastidio, così lo miglioro; 4) rinunciare alla propria onnipotenza: il mio amore lo cambierà; 5) tenere un linguaggio chiaro e una comunicazione non ambigua; 6) chiedere aiuto...

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Violenza sulle donne: in gruppo per uscirne, le testimonianze dalla viva voce delle protagoniste

Posted by on gen 27, 2017 in News | 0 comments

Violenza sulle donne: in gruppo per uscirne, le testimonianze dalla viva voce delle protagoniste

Lo scorso anno ho finalmente realizzato un’ idea che avevo da tempo: creare una rete tra le mie pazienti accomunate dall’esperienza della violenza subita, sia fisica, che psicologica, economica e sessuale. Mi piaceva l’idea di scardinare simbolicamente i concetti di solitudine e isolamento, che sempre si presentano in queste vicende. Ho proposto di partecipare sia a donne che avevano un percorso terapeutico in atto, che ad altre che l’avevano già concluso. Il gruppo è rimasto attivo per 7 mesi, con cadenza quindicinale, in orario serale, completamente gratuito. Si sono incontrate persone molto diverse tra loro, tra i 30 e i 60 anni, con e senza figli, con storie di maltrattamento vicine o lontane nel tempo. Antonella scrive: Se ripenso a come è cambiata la mia vita negli ultimi due anni, ci sono volte in cui stento ancora a crederci. Questo cambiamento per me è stata una rinascita, una riscoperta di me a 360°. E’ stato in questo periodo che mi è stato proposto di far parte di un Gruppo…….mi stavo abituando ad affrontare esperienze nuove, che stavo sperimentando su me stessa e non ho esitato ad accettare. Nel debutto del Gruppo credo fossimo accomunate da curiosità, perplessità, diffidenza. Con il tempo, i muri sono crollati, le difese si sono abbassate ed è iniziato il dialogo, la condivisione, la consapevolezza, la solidarietà , una sorta di complicità ma soprattutto l’affetto che piano piano è germogliato forse anche inaspettatamente, perchè eravamo tutte deluse, sfiduciate, amareggiate, ferite. Tra di noi la parola Giudizio però non è mai esistita. Invece, insieme, abbiamo scoperto che nella Vita ci si può ancora stupire, anzi non bisognerebbe mai smettere di stupirsi e di sognare. Insieme abbiamo capito che in fondo al tunnel c’è la luce, che la forza sta in Noi e ne siamo diventate consapevoli. Abbiamo versato lacrime e, chissà ne verseremo ancora, ma abbiamo anche sorriso. Tutto insieme….. e tutte insieme abbiamo capito che possiamo rimetterci in gioco reinventandosi una Vita, la Nostra Vita. Strada facendo, abbiamo creduto e investito nel Gruppo e abbiamo avuto ragione. Grazie Paola Partecipare ad un gruppo così strutturato rappresenta un punto di arrivo e non di partenza, né semplice né scontato, di un processo orientato alla valorizzazione di sè e alla emancipazione dal ruolo di vittima. Il genere di problema di cui stiamo parlando, la violenza sulle donne, è immerso in una sorta di composto che ha funzionato come conservante per secoli e i cui ingredienti sono una miscela di silenzio, tabù, pregiudizi legati agli stereotipi di genere, aspettative sociali e familiari, ma anche una forte dose di paura, vergogna, trauma, confusione, immagine ideale di famiglia, immagine impoverita di se stesse. Poter parlar di sè a qualcun altro, descrivere quello che si sente, vederlo, identificarlo, localizzarlo, non è per nulla facile e scontato e a volte sono necessari anni di lavoro per riuscire a condurre quel senso d’insoddisfazione e di svalorizzazione a qualcosa di concreto, per riuscire a dire: “sono stata una donna che ha subito violenza”. Linda scrive: A volte nella vita si tende a pensare di avere problemi così tanto personali da poterli definire unici e si rischia quindi di non condividere nulla per paura di non essere capiti o peggio giudicati… o almeno io l’ho sempre pensata così. Preferivo piuttosto tenermi tutto dentro a costo di sentirmi sola. E sentirsi sola è come vedere tutto buio. Ma qualcosa dopo il percorso con Paola è cambiato. Inaspettatamente, ho accettato di partecipare ad un gruppo di incontro con temi molto forti e personali e con piacevole sorpresa ho scoperto che, in fondo in fondo, siamo tutte uguali. Siamo donne che hanno affrontato e che continuano ad affrontare le...

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“Non mi perdono di averti scelto”: lettera di una donna all’uomo sbagliato

Posted by on gen 8, 2017 in News | 4 comments

“Non mi perdono di averti scelto”: lettera di una donna all’uomo sbagliato

Scegliere l’uomo sbagliato, evidentemente sbagliatissimo, ma resistere, aspettare, portar pazienza, accettare di essere calpestate. Eppure era tutto chiaro, eppure tutti l’avevano capito. Purtroppo è un problema condiviso da molte: questo è uno scritto di una paziente che ha scelto l’uomo sbagliato e non riesce a perdonarselo. “Non riesco a perdonarmi di averti scelto. Non riesco a perdonare quella piccola parte di me che ci ha creduto, che ha creduto di essere tanto speciale da poterti cambiare, o che tu non fossi così marcio come mostravi di essere. Non mi perdono per tutte quelle volte che, credendo di tenerti legato a me, ho messo in secondo piano me stessa, i miei desideri e i miei bisogni. Non mi perdono per essere stata un’amante disponibile sempre, anche quando avrei solo voluto che stessimo abbracciati, senza fare nulla. Non mi perdono di essere stata la tua confidente, la spalla su cui hai pianto, la valvola di sfogo per i tuoi interminabili e insensati sproloqui. Non mi perdono di averti dato tutto questo incondizionatamente, senza ricevere mai nulla in cambio. Nemmeno affetto. Nemmeno tempo, perché il tempo che mi regalavi era fatto di spazi vuoti da riempire. Non mi perdono per averti creduto ancora e ancora, nonostante tu mi abbia delusa sempre, fin dall’inizio. Non mi perdono di averti visto flirtare con altre donne e di non essermi alzata e allontanata subito e senza voltarmi. Non ti perdono di averci provato con le mie amiche. Non mi perdono di essere rimasta nonostante le offese, esplicite o velate. Non mi perdono di non essermi ascoltata abbastanza. Non ti perdono per avermi trattata come una persona di poco valore. Non mi perdono per avertelo permesso. Non riesco a perdonarmi di averti scelto e di essermi fatta scegliere da uno come te. Non mi perdono nemmeno quei momenti in cui mi sento fragile e un po’sola e penso, ancora una volta, che tu possa tornare cambiato“ Quando il tempo è passato, i fatti e i ricordi sono sfumati, a volte rimane solo il rancore verso se stessi. Un grande rancore. Non ci si perdona di aver errato in maniera così evidente, così macroscopica. Eppure…Errare Humanum est. Tutti conoscono questa locuzione latina, ma non tutti riescono ad accettarla per se stessi e soprattutto per le vicende di cuore. Ci sono persone che proprio non sono in grado di perdonarsi gli errori commessi e che a distanza di mesi o di anni continuano a martellarsi e a colpevolizzarsi. Tutti quanti sbagliamo, anzi sbagliare è fondamentale per l’apprendimento, anche emotivo. Gli errori insegnano e questo, in fondo, è il lato buono dell’errore. Cosa si impara da una relazione sbagliata, magari l’ennesima? Cosa si è appreso di più dell’amore che prima non si sapeva e come siamo cresciuti in quell’inciampo che ha fatto tanto soffrire? Come quello che è accaduto ha contribuito a conoscerci meglio, a conoscere noi stesse? Non ci si definisce che nella relazione con gli altri, quindi anche la propria ombra si svela solo quando siamo in relazione. Una relazione d’amore realizza una potente proiezione di aspetti di sé, quindi è fondamentale per conoscersi. Cosa ci ha affascinato di quella persona? Che fascinazione ci imbroglia a tal punto da rimanere imbrigliate in una rete che non perdona? Alcune persone, soprattutto donne, vivono con grande senso di disagio e insoddisfazione il fatto di aver nuovamente sbagliato relazione, innescando sensi di colpa logoranti. . E’ molto diverso, però, accettare di essere responsabili e capire che cosa è andato storto, che piangere sul latte versato e passare anni della propria vita punendosi per lo sbaglio commesso. Imparare ad accettare i propri...

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Amore gassoso al tempo di Whatsapp

Posted by on dic 28, 2016 in News | 0 comments

Amore gassoso al tempo di Whatsapp

L’inconsistenza in amore e nelle relazioni in generale è sempre più comune. Dopo aver tolto l’impegno, i vincoli istituzionali, le promesse, la responsabilità, ora togliamo l’ultimo grande protagonista: il corpo. Sembra che la virtualità abbia contribuito a separare la comunicazione dalla relazione. La prima non è più una funzione della seconda, può esistere fine a stessa, scarnificando però il senso stesso di rapporto umano. Le moderne relazioni secondo Zygmunt Bauman si caratterizzano per la liquidità. Se la modernità si definiva per la struttura rigida, dura e atrofizzata del sistema, che si fondava sull’esclusione delle diversità e sulla fissità delle categorie e dell’ordine sociale, oggi la situazione postmoderna, secondo il filosofo, sembra proporre una condizione completamente rovesciata. Il contemporaneo è liquido, ha cioè perduto ogni caratteristica di rigidità ma al tempo stesso d’identità. Il liquido non ha una forma propria ma si adatta alle mutevoli forme che sono proposte. Se da un lato, così, vige la libertà più assoluta, dall’altro viene a mancare la possibilità di società, cioè una reale condivisione di forme sociali, valori, interessi. La metafora dell’amore liquido di Bauman, sembra addirittura un bel ricordo, edulcorato rispetto agli odierni accadimenti gassosi: l’amore ai tempi di whatsapp consente di amarsi (??) a distanza, in continuazione, senza includere i 5 sensi, necessari per conoscersi davvero. Essere connessi è più facile di essere in relazione, più aereo, più svincolato dalle responsabilità, si può dire senza dire, si può fare senza fare, non ci si assume nulla, perché quando ci si assume qualcosa si è presenti, completamente, corpo, spirito, mente e comunicazione. Quando non ci si assume la responsabilità le caratteristiche gassose aumentano, l’inconsistenza genera incomprensione: nessuno è stato, nessuno ha detto, niente esiste. Chi si assume la responsabilità del nulla, del gassoso, del volatile, dell’inconsistente, del light, del trasparente? Non scegliamo relazioni virtuali, mediate da strumenti di fabbricazione cinese, quando abbiamo a disposizione un intero corpo e un intero cervello su cui possiamo contare, con cui posso comunicare, sentire, vedere, ascoltare, provare, sperimentare! Perché accettare compromessi? Cosa ci può dare in più una tecno comunicazione? Velocità? Efficacia? Immediatezza? Prontezza? Non dimentichiamo che siamo stati “progettati” per conoscere attraverso i nostri 5 sensi (vista, udito, tatto, olfatto, gusto), solo in questo modo approcciamo il mondo e le persone intorno a noi, solo in questo modo conosciamo e amiamo. La virtualità è solo un mezzo. Non lasciamo che i bisogni di relazione, di intimità, di comunicazione e di tenerezza siano saziati da  messaggi inviati nei momenti di noia o di nullafacenza, pretendete di essere scelti e che sia sprecato e investito del tempo per...

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