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Il cambiamento emotivo in menopausa: fattori di rischio e di protezione

Posted by on set 14, 2016 in News | 2 comments

Il cambiamento emotivo in menopausa: fattori di rischio e di protezione

  La menopausa rappresenta un momento di grandi modificazioni sia fisiche e psicologiche, che di considerazione sociale. Le donne si trovano a dover fronteggiare grandi cambiamenti di prospettiva legati sia al sentirsi percepite in maniera diversa dal contesto sociale, che al declino della fertilità e ai cambiamenti del corpo, che talvolta si presentano accompagnati da un senso di perdita e lutto e dalla diminuzione dell’autostima. Il profondo cambiamento dell’immagine corporea e il distacco della sessualità dalla funzione riproduttiva possono provocare sentimenti di vuoto, ferite narcisistiche ed emozioni di frustrazione. L’adattamento a questa fase è direttamente proporzionale alla capacità di far fronte agli avvenimenti della vita e talvolta è fattore precipitante la crisi di coppia che interviene proprio in quest’età in cui, dato che i figli sono ormai cresciuti, le coppie dovrebbero re-incontrarsi. La soggettiva capacità di far fronte agli eventi, pertanto, incide sul fronteggiare la sindrome menopausale, caratterizzata inevitabilmente da uno squilibrio del sistema nervoso autonomo, da possibile instabilità emotiva e da cambiamenti metabolici. La capacità di risoluzione della sindrome menopausale risiede nelle caratteristiche di personalità, in grado di stabilire modalità individuali di far fronte ai problemi. Inoltre, studi longitudinali NON hanno evidenziato che le donne in menopausa aumentano la possibilità di sviluppare un episodio depressivo. D’altra parte molte donne manifestano una diminuzione del tono dell’umore nel corso della perimenopausa, ma sembrano più esposte coloro che presentano un periodo perimenopausale più lungo. In questi casi, dopo l’avvenuta menopausa l’umore sembrerebbe tornare nell’ambito della normalità. Le donne che hanno già presentato episodi ansioso depressivi sembrano più vulnerabili nel corso della menopausa e quindi più esposte ad ulteriori episodi: vi è un aumentato rischio di sviluppare una sintomatologia depressiva in menopausa in quelle donne che abbiano una storia pregressa di disturbi dell’umore correlati al ciclo riproduttivo, incluse disforia premestruale (alterazioni dell’umore prima del ciclo mestruale) e depressione post-partum. Sono fattori di rischio anche l’insorgere di malattie organiche o altri fattori stressanti come problemi familiari, lavorativi, economici o sociali. Le donne oppresse dalle responsabilità hanno un rischio più elevato di sviluppare disturbi dell’umore in perimenopausa rispetto alla popolazione in generale.   Le ricerche dimostrano che i fattori di rischio a esposizione ai problemi emotivi in menopausa sono pertanto: Precedenti episodi depressivi (compreso post-partum) Storia di sindrome disforica premestruale (alterazione dell’umore premestruali) Lunga durata della perimenopausa Malattie croniche Bassa scolarità Perdita di figure significative   Le ricerche ci dicono che sono fattori di protezione: Il livello di istruzione L’essere ottimiste e in vuona salute prima della menopausa, in quelle che non hanno alterazioni dell’umore prima del ciclo Consumare pochi farmaci da banco Non soffrire di malattie croniche Non fumare e bere moderatamente Non essere stressate Fare attività fisica regolare Avere un buon atteggiamento nei confronti dell’invecchiamento   Il rapporto tra menopausa e disturbi emotivi è ancora causa di dibattito, ma la menopausa non è in se stessa un fattore precipitante del disagio emotivo. La menopausa po’ essere un periodo di auto-riflessione e di consapevolezza, che aumenta la possibilità di cambiamento consapevole. BIBLIOGRAFIA: FACCO Flavia, L’invisibile in menopausa, Franco Angeli, Milano 2005. GALIMBERTI Umberto, Il corpo, Feltrinelli, Milano1987. GRAZIOTTIN Alessandra, Il dolore segreto, Mondadori Editore, Milano 2005. GRAZIOTTIN Alessandra, Principi e pratica di terapia sessuale, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2004. STEWART Donna E., Menopausa, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2005....

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Difendersi dai prepotenti (si può!)

Posted by on lug 26, 2016 in News | 0 comments

Difendersi dai prepotenti (si può!)

Se fosse solo ignoranza potremmo tentare di esserne indifferenti, ma quasi sempre l’esibizione di forza si accompagna alla prepotenza che, purtroppo, non è solo un problema soggettivo, come dimostrano i fatti quotidiani, ma collettivo. Essa rappresenta lo specchio di un modello culturale dilagante e vincente, del personaggio che ha sempre ragione, che non deve chiedere mai, che non sbaglia mai, che possiede armi, potere  e amicizie giuste per far valere il suo punto di vista. Molti di noi nella vita hanno avuto a che fare con persone aggressive e intimidatorie, sia all’interno delle relazioni intime, ma anche di quelle più allargate: a scuola, al lavoro, in famiglia, tra i vicini di casa, un semplice passante. Ci sono, infatti, individui che possono sembrare tranquilli e pacifici per anni, ma che poi costruiscono vespai di conflitti e sotterfugi, che probabilmente rappresentano le proiezioni dei nodi irrisolti che da sempre vivono con loro stessi. Ma perché occuparsi delle vittime dei prepotenti? Perché, spesso, la prepotenza paralizza e rende incapaci, inattivi, spaventati. In altre parole la prepotenza ci rende vittime. Il prepotente spesso sostiene la propria mortificante tesi su finti saperi e finte conoscenze e competenze: mette in piedi un castello di carte che a volte è possibile abbattere con un solo soffio. Ho pensato di mettere in fila alcune piccole strategie di sostegno alle vittime  nelle relazioni con i prepotenti, perché chi subisce è spesso confuso e annichilito e ha bisogno di una stampella, anche operativa, al proprio modo di porsi. Quelle di seguito riportate sono indicazioni volutamente generiche, ognuno prenderà in considerazione quella che fa al caso proprio. Mantenere la maggior distanza possibile dal prepotente: evitare di entrare in contatto con lui per quanto possibile; Parlare con qualcuno: l’uscita dalla solitudine e il confidarsi con qualcuno è un fattore di protezione importantissimo per sentirsi sostenuti. L’appartenere ad un gruppo libera dal senso di isolamento e vergogna; Darsi tempo e prendere tempo (azione, non reazione): la persona aggressiva generalmente incalza e sollecita un fare o una risposta ad un’aggressione. Prendere tempo significa passare da una condizione di reazione ad una di progetto. L’azione non calibrata, infatti, aumenta la possibilità di incorrere nell’errore, anche semplicemente di rispondere con lo stesso tono dell’aggressore. Il sollecitare all’azione (sbrigati, deciditi, fai, dimmi….) mette la vittima del prepotente in una condizione di debolezza. Perciò: prima di rispondere contare fino a 100 e quando possibile riservarsi la possibilità di decidere con calma. Mantenere un atteggiamento neutro e di ascolto è la strategia migliore, rispondendo: “OK, CI PENSO”. Prendere tempo si può! Chiedere aiuto, verificando gli argomenti con i quali si è minacciati e ricattati e conoscere i diritti e i doveri legati al contesto in cui la prepotenza viene agita (luogo di lavoro, matrimonio, relazioni famigliari, rapporti di vicinato). Spesso il prepotente brandisce argomenti e leggi inesistenti, ipotesi fantascientifiche e improbabili, tutto ovviamente a suo favore. E’ proprio questo il fine della prepotenza: imporre senza diritto la propria volontà. Conoscere e far valere i propri diritti è quindi fondamentale. In caso di minaccia alla propria incolumità è consigliabile chiedere aiuto alle forze dell’ordine. Dotarsi di strumenti per esprimere pensieri lucidi e giudizio obiettivo sulla realtà: non accontentarsi degli scenari prospettati dal prepotente attraverso le sue minacce, ma imparare a vederli come oggettivamente sono, avvalendosi anche dello sguardo altrui. L’atteggiamento tipico del prepotente è quello di...

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Stragi e altre catastrofi: come affrontare paura e incertezza

Posted by on lug 17, 2016 in News | 0 comments

Stragi e altre catastrofi: come affrontare paura e incertezza

In questi giorni il ritmo degli avvenimenti catastrofici è incalzante e legato al quotidiano di ciascuno di noi: come non essere condizionati dalla apparente pericolosità di azioni normali come prendere un treno, passeggiare con la propria famiglia in una tranquilla serata estiva? E ancora, come non sentirsi vittime di un clima politico internazionale incredibilmente instabile e tormentato? I sondaggi e le indagini sulla popolazione ci confermano che molti si sentono più esposti a pericolo di stragi, a sentimenti di incertezza e insicurezza legati al disagio sociale generale, al tema dell’immigrazione e a quello dell’instabilità politica ed economica. Questo sentimento di disagio può aumentare nei bambini e negli anziani e in chi trascorre molto tempo davanti alla televisione. Per gestire meglio quello che sta accadendo in questi giorni è necessario comprendere quello di cui l’essere umano ha bisogno per godere di un buon senso di benessere. Secondo Abraham Maslow (1908-1970), psicologo statunitense, il nostro benessere è direttamente proporzionale alla soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali che possono essere rappresentati attraverso una piramide in cui il passaggio allo stadio superiore può realizzarsi solo dopo la soddisfazione dei bisogni di grado inferiore. Alla base della piramide subito dopo i BISOGNI PRIMARI (Necessari alla sopravvivenza: aria, acqua, cibo, riparo, sonno, sesso), sono posizionati quelli di SICUREZZA (Senso di protezione, tranquillità, sicurezza del corpo, della salute, della famiglia, dell’occupazione, dell’accesso alle risorse) e quelli di APPARTENENZA E AMORE (Necessità di sentirsi parte di un gruppo, cooperare, essere amati ed amare, amicizia, famiglia, intimità sessuale), i quali aprono la strada al BISOGNO DI STIMA (Essere rispettato, apprezzato ed approvato, sentirsi competente e produttivo – autostima -) e a quello di AUTOREALIZZAZIONE (Realizzazione delle proprie aspirazioni e della propria identità, nella società e nel gruppo). In altre parole, in questi giorni è stato minato alla base uno dei nostri bisogni fondamentali: il senso di sicurezza. Come proteggersi, dunque, da quello che ci appare minaccioso perché imprevedibile e incontrollabile e ci fa sperimentare una grande paura? Come ridurre i pensieri negativi che ci focalizzano minacciosamente sull’evento temuto e ci conducono esclusivamente a pensieri e ricordi negativi che confermano e condizionano le nostre credenze? La strategia da privilegiare per stare meglio è quella di muoversi per trasformare l’ansia in preoccupazione. Mentre la prima paralizza, la seconda ha lo scopo adattivo di promuovere azione e reazione: Scegli consapevolmente le fonti di informazione: evita di trascorrere troppo tempo di fronte alla televisione che ha generalmente un approccio sensazionalistico ed ossessivo e propone ripetutamente le stesse immagini che finiscono con il diventare un tormentone e con l’alimentare un circuito negativo. Le categorie più a rischio di passività critica sono i bambini e gli anziani; Socializza i tuoi stati d’animo negativi: condividendo le paure con le persone che ti circondano (promuovendo discussioni, confronti, scambi): parlare con amici, parenti e conoscenti aiuta ad esprimere l’ansia, ad elaborarla, a sentirsi protetti ed amati; Aumenta il tuo senso di potere su quanto accade: attivandoti in azioni volte a modificare la situazione. Per la stessa ragione di prossimità per cui la violenza fa paura, è possibile occuparsi attivamente di situazioni di disagio e marginalità che si trovano vicino a casa nostra e che generano malessere ed emarginazione; Chiedi aiuto: se ti accorgi che l’ansia nel tempo aumenta, affidati a una psicoterapia specifica. Possono essere sufficienti anche poche sedute per ridimensionare lo stato...

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Amare se stessi: dove nasce questa capacità?

Posted by on apr 18, 2016 in News | 0 comments

Amare se stessi: dove nasce questa capacità?

Essere in grado di volersi bene è una grande risorsa perche è ciò che pone in condizione di mettersi positivamente in relazione con gli altri. Erich Fromm sosteneva che per poter amare veramente gli altri è prima di tutto necessario amare se stessi. Amarsi vuol dire tenere in considerazione il proprio sentire emotivo, avere profondamente a cuore se stessi e il proprio benessere. Ma dove impariamo a volerci bene, dove comprendiamo di valere o di non valere? La capacità di amarci può essere ricondotta ai primi legami di attaccamento, cioè allo sguardo più o meno amorevole che ci è stato rivolto in tenerissima età da parte di chi si è occupato di noi quando siamo venuti al mondo, che ci ha fatto sentire degni di attenzione, accettazione e che ci ha trasmesso il senso del nostro valore e delle nostre capacità: i nostri genitori. Se ci si ama probabilmente si è stati rassicurati, coccolati, protetti, abbracciati, consolati, ascoltati, capiti. I nostri genitori o caregiver, in altre parole, hanno un ruolo fondamentale nel determinare quello che siamo, la nostra autostima, la percezione di poter incidere sul nostro destino e sul nostro benessere, di essere padroni di noi stessi e soprattutto delle emozioni che sperimentiamo. Le prime esperienze, infatti, hanno definito il nostro modo di percepirci, di farci sentire angosciati, oppure felici, amati e completamente accettati anche quando stavamo male, o ci sentivamo soli, tristi e arrabbiati. Se nel corso della nostra infanzia la cura che abbiamo ricevuto è stata sufficientemente buona, probabilmente questo avrà creato buone strutture per essere: In grado di accettarci e di accettare le nostre emozioni; Consapevoli della propria emotività, del proprio vissuto e di che cosa scatena eventuali vissuti negativi; Soddisfatti e contenti di se stessi; Ma nel concreto come accade tutto questo? Quali sono i vissuti che gettano le basi dell’amore che noi proviamo nei nostri confronti? Lo stesso film si può svolgere in maniera completamente diversa a seconda dei protagonisti… CADERE E SBUCCIARSI UN GINOCCHIO: 4 STORIE  LA STORIA DI CLAUDIA Claudia ha 4 anni. Quando vede le sue ginocchia insanguinate corre dalla mamma a casa piangendo. La madre la accoglie con amore: “Povera Claudia, fa male vero? Ma ora ci penso io e ti pulisco la sbucciatura e ti metto un bel cerotto, vieni qui in braccio che ti disinfetto”. Dopo un po’ la bambina accudita e consolata dalla mamma si annoierà di stare in braccio e vorrà tornare a giocare…..ormai Claudia si è dimenticata di tutto… Claudia ha imparato che: Le sue emozioni e i suoi bisogni sono importanti Quello che sente è importante Quando sta male è consapevole che i suoi sentimenti sono autentici, veri e importanti Gli altri possono comprendere i suoi stati d’animo e sostenerla LA STORIA DI SEBASTIANO Quando Sebastiano torna a casa è in ritardo e ormai è ora di cena. Al suo ingresso la madre continua a trafficare in cucina con un’espressione stanca e distante. Sebastiano le dice che è caduto, ma che non si è fatta niente di grave. La madre non alza neppure la testa, continua con le sue faccende e le dice di andare a lavarsi le mani per la cena. Sebastiano ha imparato che: Quello che prova non è importante, dato che gli adulti non si sintonizzano con lui Quando ci si sente giù è...

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Relazioni difficili e legami di attaccamento: quando mamma fa rima con dramma!

Posted by on mar 28, 2016 in News | 0 comments

Relazioni difficili e legami di attaccamento: quando mamma fa rima con dramma!

Il come stiamo all’interno delle nostre relazioni rappresenta l’effetto cumulativo di esperienze passate. Le relazioni che abbiamo avuto, soprattutto quelle legate all’attaccamento primario e alle esperienza di vita negative, purtroppo, contribuiscono allo strutturassi di gran parte dei nostri disturbi nelle relazioni. Lo sviluppo della personalità è un tema molto studiato in psicologia e la comunità scientifica concorda nell’affermare che allo strutturarsi di una certa personalità concorrono: Fattori biologici: il corredo genetico e il temperamento delle persone; Fattori ambientali: il contesto sociale, ma, come la psicologia dell’età evolutiva suggerisce, soprattutto le esperienze precoci e della prima infanzia. Gli aspetti genetici e le prime esperienze di vita interagiscono tra di loro in maniera complessa, influenzando lo sviluppo della personalità ma anche creando le condizioni per una vulnerabilità a sviluppare eventuali disturbi. Il tono emozionale delle relazioni tra caregivers (mamma, papà, adulti di riferimento) e bambino si struttura attraverso l’abbinamento del temperamento del bambino e la sua personalità, la storia e il vissuto dei suoi genitori. Queste prime interazioni influenzano pesantemente lo sviluppo della personalità dei bambini. Il temperamento dei bambini influenza la risposta dei caregiver nei suoi confronti, ci sono bambini più tranquilli e placidi e bambini molto sensibili, fastidiosi e reattivi, più difficili da gestire. Un positivo abbinamento tra caregiver e bambino produce scambi più piacevoli e probabilmente esiti meno negativi sul futuro di quel bambino e della sua capacità di relazione. Giocano un ruolo fondamentale sulla personalità del bambino l’ambiente in generale, ad esempio la scuola, ma anche esperienze di vita come i traumi infantili, i maltrattamenti, gli abusi e la trascuratezza. Grazie alla soggettiva capacità di resistere agli urti, la resilienza, non è neppur detto che chi si struttura in relazioni avverse o faticose abbia una prognosi negativa in termini di capacità relazionale. In altre parole, nulla può essere lineare o predeterminato, ma alcune esperienze rappresentano dei fattori di rischio e altre di protezione. In generale, la correlazione tra esperienze di vita avverse e le difficoltà emotive e relazionali è complessa: se l’esposizione ad alcuni problemi aumenta il rischio, non sempre i bambini che hanno avuto situazioni di vita difficili, complesse o avverse, sviluppano difficoltà dal punto di vista emotivo e relazionale. Durante l’infanzia, quindi, non è detto che siano i traumi maggiori ad essere più importanti, talvolta lo sono molto di più alcuni segnali affettivi del caregiver e la sua mancanza di disponibilità sul piano empatico ed emotivo. Come si caratterizza un ambiente emotivo minato?   Inadeguatezza di empatia del caregiver; Mancanza di attenzione fino alla trascuratezza; Incoerenza nei comportamenti e negli approcci educativi; Mancanza di affetto o incapacità di condivisione dell’affetto; Minaccia o rischio percepiti dal bambino; Imprevedibilità dell’ambiente e delle relazioni; Ambienti caotici; Abuso verbale, fisico o sessuale; Punizioni continue; Comportamento non equo tra fratelli; Perdite importanti (lutti, traslochi, cambiamenti), I campanelli di allarme legati ad un ambiente disturbante o inadeguato possono essere riassunti nei seguenti: Nessuno notava cosa mi stava succedendo o come mi sentivo; C’erano discussioni frequenti e grida in casa; Ridere e divertirsi non erano condizioni usuali; Quando ero piccolo cercavo di essere invisibile; Le mie preoccupazioni non erano importanti per gli altri; Raramente venivo lodato per le cose giuste che facevo; La mia famiglia mi faceva sentire ridicolo; La mia famiglia non si occupava dei bisogni dei bambini; La persona che si prendeva cura...

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Menopausa e cattivo umore: fisiologia o cultura, fantasia o realtà?

Posted by on mar 13, 2016 in News | 0 comments

Menopausa e cattivo umore: fisiologia o cultura, fantasia o realtà?

La menopausa rappresenta un momento della vita di una donna nel quale avvengono una serie di modificazioni fisiologiche che conducono gradualmente alla fine del ciclo mestruale, che ha accompagnato e scandito la vita. Generalmente la menopausa fisiologica avviene ad un’età compresa tra i 44 e i 55 anni. Dato che la vita media nei paesi sviluppati è aumentata, il 95% delle donne raggiunge la menopausa e il 50% arriva a compiere i 75 anni di età, per cui la menopausa delle donne corrisponde ad un terzo della loro vita. Alla luce di questo è di primario interesse occuparsi di tutte le alterazioni fisiche e psichiche che si delineano nel corso della menopausa e che sono strettamente collegate a fattori sociali, culturali, etnici ed ereditari. In alcune culture, in alcune zone dell’Africa, in certe popolazioni arabe o indiane, ma anche in Giappone, le donne mature o anziane godono di una particolare considerazione sociale e raggiungono importanti poteri familiari e sociali, posizioni più prestigiose, altrimenti destinate solo agli uomini. Nella nostra cultura occidentale il passaggio fisiologico alla menopausa viene semplicemente identificato come la fine dell’età fertile e l’inizio dell’invecchiamento, strutturandosi talvolta come un momento di forte crisi della donna, che si ritrova priva della propria identità sociale riconosciuta e del precedente ruolo sociale. Tutto questo determina che la sindrome perimenopausale sia caratteristica della nostra cultura e che sia influenzata da fattori legati alla classe sociale, all’attività lavorative, alla scolarità, all’età. Nel corso del climaterio, cioè durante gli anni che corrispondono al passaggio dalla fase riproduttiva a quella non-riproduttiva, il 75% delle donne sviluppa una sintomatologia chiamata “sindrome perimenopausale o climaterica”. Parlare di menopausa non è facile, significa parlare di invecchiamento, argomento molto poco di moda. Mentre l’età biologica ci informa che a cinquant’anni si inizia “formalmente” ad invecchiare, la cinquantenne di oggi è spesso molto attiva, fisicamente in forma, liberata dagli impegni familiari, all’apice della carriera, piena d forze. Alcuni ambienti tendono a negare l’invecchiamento, favorendo addirittura, grazie all’evolvere di scienza e tecnologia, la ricerca di una maternità o dell’eterna giovinezza. Ciascuna donna può percepirsi in maniera ambivalente e contrastante: ci sono donne che vivono la menopausa come un momento di perdita dell’aspetto giovanile e della femminilità. Altre sono in grado di accettare più facilmente la loro nuova immagine corporea e di liberarsi da standard sociali legati all’aspetto. Un punto di vista legato al benessere può essere utile per conciliare questi due punti di vista apparentemente estremi e può porre l’accento sulla mezza età come un momento in cui ricercare un nuovo stile di vita sano e attento al proprio corpo. Tutto ciò legittima anche, nell’età di mezzo, una sessualità più consapevole! E’ importante sapere, poi, che le ricerche dimostrano che l’esperienza dei sintomi della menopausa è strettamente correlata alle aspettative sintomatologiche di una donna e le aspettative sintomatologiche sono intrecciate con la propria percezione di fine della giovinezza e l’arrivo della maturità.     BIBLIOGRAFIA: FACCO Flavia, L’invisibile in menopausa, Franco Angeli, Milano 2005. GALIMBERTI Umberto, Il corpo, Feltrinelli, Milano1987. GRAZIOTTIN Alessandra, Il dolore segreto, Mondadori Editore, Milano 2005. GRAZIOTTIN Alessandra, Principi e pratica di terapia sessuale, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2004. STEWART Donna E., Menopausa, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2005....

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Perché si parla di violenza sulle donne come fenomeno di genere

Posted by on mar 7, 2016 in News | 0 comments

Perché si parla di violenza sulle donne come fenomeno di genere

La violenza sulle donne, sebbene esista da sempre, è un fenomeno che è venuto alla luce solo a partire dagli anni ’60, grazie ai movimenti delle donne. Prima di quell’epoca la violenza, quando emergeva, veniva ritenuta un fatto privato, frutto di disagio sociale o di problematicità di coppia. Le stesse donne che ne erano vittime finivano con l’essere considerate diverse dalle altre donne, cosiddette “normali”. Il movimento femminista, pertanto, ha il merito di aver fatto emergere il problema, ma soprattutto di aver contribuito a farlo riconoscere come una modalità di interrelazione molto diffusa tra uomini e donne. Queste relazioni, infatti, sono largamente condizionate dalla società di tipo patriarcale nella quale sono immerse e la società civile ne è ed è stata fortemente condizionata: pensiamo al delitto d’onore, in vigore in Italia fino al 1981, che prevedeva sconti di pena a chi uccidesse il proprio coniuge a causa di infedeltà (di questa legge hanno usufruito prevalentemente i mariti). Più in generale, solo con il nuovo diritto di famiglia del 1975 non persiste più l’autorità del marito sulla moglie e sui figli e sono stati dichiarati illeciti i mezzi di correzione e di disciplina che erano ammessi prima dell’entrata in vigore del nuovo codice. Questa nuova ottica ha avuto il merito di contribuire a realizzare il passaggio del punto di vista sulla violenza alla donne: da problema personale a problema sociale, mettendone in discussione anche l’approccio clinico, che fino a quel momento reputava la questione della violenza sulle donne in termini “neutri”, senza considerare, cioè, gli aspetti sociali e storici che lo descrivono. Da allora l’espressione “violenza contro le donne” è stata usata per descrivere una serie di comportamenti di tipo violento che gli uomini agiscono nei confronti delle donne, che vanno dallo stupro, alle molestie, ai maltrattamenti, alla violenza fisica a quella psicologica e che, di recente ha fatto emergere anche maltrattamenti legati alla mutilazione dei genitali femminili, alla prostituzione coatta e ai matrimoni forzati. La complessità della violenza fin qui descritta, aumenta ancora di più se si pensa al contesto al quale essa viene principalmente riferita: le mura domestiche, quel luogo cioè, che siamo abituati a pensare legato a fiducia, affetto e protezione. La violenza sulle donne è agita per la maggior parte dei casi all’interno di una relazione intima, tra marito e moglie, conviventi, fratelli, genitori, figli, parenti. Talvolta può indicare una situazione pre o post-matrimoniale, nel caso di fidanzati o coppie separate. Il termine violenza di genere, anziché porre l’accento sul tipo di violenza agita, lo pone sui soggetti chiamati in causa: il genere maschile e quello femminile. Il fenomeno incide trasversalmente su tutte le classi e, contrariamente agli stereotipi che spesso lo accompagnano, non è collegato a particolari patologie, dipendenze o disagi sociali. Tutto questo rinforza la tesi della possibilità di interpretazione attraverso parametri sociali e antropologici: la violenza di genere è legata alla dominanza del genere maschile su quello femminile, che caratterizza tutte le società umane. Esistono, quindi dei comportamenti socialmente ammessi che rappresentano modelli interpretativi del fenomeno: dal ruolo della donna, a quello del marito o padre, come tutti noi siamo comunemente abituati ad intenderli, fino ad espressioni eclatanti, legate alla donna percepita come “proprietà” dell’uomo. Recentemente, inoltre, con l’aumento del potere sociale, le donne vengono rappresentate, soprattutto dai mass media, come un “gruppo...

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Emozioni negative e arrivo della menopausa: primo passo verso la catastrofe?

Posted by on mar 4, 2016 in News | 0 comments

Emozioni negative e arrivo della menopausa: primo passo verso la catastrofe?

Tristezza, ansia, paura, confusione, insoddisfazione, scarsa autostima, insonnia, senso di inconcludenza, tendenza alla depressione, possono essere condizioni che vivono le donne tra i 40 e i 55 anni, nella fase che chiude la condizione di fertilità e apre quella del passaggio alla menopausa. Si tratta di una menomazione inguaribile di cui vergognarsi? Le donne, soprattutto nel periodo perimenopausale sono protagoniste di un’ampia e rilevante gamma di condizioni, sia dal punto di vista della vita personale e della maternità, che da quella professionale e sociale . La perimenopausa, che è quel periodo che inizia solitamente cinque anni prima della menopausa e che intercorre tra la regolarità del ciclo mestruale e la cessazione completa della funzionalità ovarica, può “capitare” in momenti molto diversi della vita, più o meno buoni e gratificanti. Alcune donne hanno il loro primo figlio a più di 40 anni, altre dopo averci provato per anni combattono ancora contro l’infertilità, alcune hanno uno o più figli, altre hanno scelto di non averne, altre ancora ne avrebbero voluti ma all’interno di una relazione stabile che non hanno mai incontrato e ora devono riconciliarsi con la maternità mancata. Ci sono poi donne che in questa fase di vita hanno figli adolescenti e altre sono già nonne. Assumendo, poi, il punto di vista professionale, alcune vorrebbero solo riposarsi dal troppo lavoro, altre lo cercano freneticamente, altre ancora non hanno mai lavorato e non hanno intenzione di cimentarsi in situazioni extrafamiliari, altre vivono per il loro lavoro costruito con tanta fatica nel tempo. Ciascuna di queste situazioni modella vite completamente diverse, che strutturano condizioni ed esperienze in grado di modificare profondamente il “percepirsi” di ciascuna donna nel corso della menopausa. Quest’epoca di vita, più di altre, è fortemente condizionata dal contesto sociale e dai valori che veicola rispetto alla maturità e alla vecchiaia al femminile, dal clima psicologico e culturale in cui una donna vive e dalle proprie e altrui aspettative sociali. Esistono punti di vista contrastanti che influenzano il percepirsi e l’immagine corporea delle donne di mezza età. La prima e importantissima condizione per una società come la nostra è la perdita di un aspetto giovanile, spesso sovrapposto allo stesso concetto di femminilità. Le nostre madri hanno sempre accettato pacificamente l’invecchiamento, probabilmente grazie ad una maggiore tolleranza sociale rispetto alla vecchiaia al femminile e a un maggiore rispetto di ciò che si portava dietro. Da alcuni decenni questo è sempre meno tollerato e tollerabile e si configura come vere e proprie sindromi (insieme di sintomi) che accompagnano le donne dalla perimenopausa fino alla post menopausa, passando dalla menopausa vera e propria. Ai nostri giorni la soglia dei quarant’anni è rappresentata dai media come un prolungamento della giovinezza, con la conseguenza che le epoche successive della vita sono vissute da alcune come difficoltose e costellate da ansia o depressione, lontane dalle spensieratezze precedenti, proprio perché si diventa consapevoli di non rientrare più nello stereotipo sociale accettabile: la donna vale se è bella, magra, giovane e spensierata. I cambiamenti legati alla menopausa, sia ormonali che legati alla percezione sociale di sé, definiscono talvolta un nuovo quadro emotivo e una spirale di cambiamento che le donne subiscono come una perdita, senza, talvolta, ritrovare il bandolo della propria fertilità emotiva e progettuale. Parlare di menopausa non è facile, significa parlare di invecchiamento, argomento molto poco...

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Il paradosso dell’essere zerbini: umiliati e fregati

Posted by on feb 22, 2016 in News | 1 comment

Il paradosso dell’essere zerbini: umiliati e fregati

Capita spesso che nel descrivere la propria o altrui storia di amore o altre relazioni vengano tirati in ballo gli zerbini, cioè quegli oggetti sui quali ci si pulisce senza alcun riguardo i piedi. Lo zerbino, oltre a posizionarsi ai nostri piedi, viene inondato di tutta quella sporcizia di cui vogliamo liberarci. Quale metafora migliore, pertanto, per chi pur di essere accettato, si prostra alla volontà altrui e annulla completamente la propria, disponendosi a tutto il marciume che ne deriva?! L’azione zerbina, però, è zeppa di insidie, di cui l’attore protagonista difficilmente è consapevole. L’essere zerbini è un modo di stare all’interno delle relazioni e esse rappresentano il “luogo” nel quale noi cresciamo e fondiamo la nostra identità, la nostra autostima e la nostra essenza. Riconoscimento, intersoggettività, reciprocità Le situazioni di dominio implicano la partecipazione di chi si sottomette al potere e anche di chi lo esercita. Assumere un punto di vista diverso significherebbe radicalizzare e idealizzare il punto di vista delle vittime oppresse, come se la loro politica, la loro cultura e i loro valori non fossero coinvolti nel sistema di dominio. Il dominio si realizza all’interno di una relazione ed essa rappresenta il luogo fondamentale per il riconoscimento, che si può comprendere utilizzando i molti sinonimi o quasi-sinonimi che lo descrivono: riconoscere vuol dire confermare, rendersi conto, validare, convalidare, sapere, apprezzare, vedere, identificarsi, vedere, trovare vicino, trovare familiare. In altre parole riconoscere significa amare. Il riconoscimento è rappresentato dalla risposta dell’altro, dell’interlocutore, che realizza il senso dei sentimenti, delle intenzioni e delle azioni del sé. Attraverso il riconoscimento si compie una sorta di verifica del proprio operato e creatività. La “fondazione” della nostra identità avviene nella reciprocità e nel riconoscimento, abbiamo cioè bisogno di un altro soggetto che ci riconosca, un interlocutore che ci risponda, che realizzi il senso dei sentimenti, delle intenzioni e delle azioni. Attraverso il riconoscimento si compie una sorta di verifica del proprio operato e creatività. In altre parole, senza il riconoscimento delle proprie azioni non si va da nessuna parte… Nelle prime relazioni il riconoscimento si compie all’interno della relazione con la madre o con il caregiver primario e comprende varie esperienze che hanno a che fare con la sintonia emotiva, l’influenza reciproca, la reciprocità affettiva, la condivisione di stati d’animo. Il processo di “necessità dell’altro”, per essere riconosciuti, dura tutta la vita e, anche nella fase adulta. Le relazioni, lavorative, amicali, di coppia rappresentano un luogo di riconoscimento. Il bisogno di riconoscimento è funzionale all’affermazione di sé: ciascuno si afferma e fonda il proprio senso all’interno di una relazione che legittima. Il riconoscimento è riflessivo, implica non solo la risposta dell’altro, ma anche come noi ci ritroviamo in quella risposta. Le relazioni sociali, di qualsiasi genere, sono fondate sul riconoscimento, ma anche sulla reciprocità: noi abbiamo bisogno di riconoscere l’altro come persona separata, simile a noi, ma anche distinta. Il paradosso dello zerbino Il paradosso dello zerbino è il tentativo di arrivare ad affermarsi e di essere riconosciuti attraverso la sottomissione, cioè l’azione volontaria di privazione del riconoscimento di sé. Per poter esistere per sé stessi, secondo il principio intersoggettivo precedentemente esposto, si deve esistere per qualcun altro, ma se lotto per essere riconosciuto a qualsiasi costo, perdo potere nella mia capacità di riconoscere l’altro perché divento un essere morto, incapace di...

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La dipendenza in amore: donne forti che si annientano

Posted by on feb 9, 2016 in News | 0 comments

La dipendenza in amore: donne forti che si annientano

Alcune persone, soprattutto donne, vivono il proprio amore come una condizione di dipendenza e ciò crea un profondo disagio al quale è molto difficile trovare soluzione. Le relazioni possono essere un luogo di realizzazione di sé, ma anche di totale passività e affidamento al partner, senza mai reagire ad umiliazioni e mortificazioni e senza mai far valere il proprio punto di vista. La presa di coscienza e il disagio rispetto a questa condizione può avvenire dopo mesi, anni o decenni, o può non accadere mai. Ciò è dovuto anche alla difficoltà di dare un nome e circoscrivere quella condizione di malessere. Queste circostanze, naturalmente, dipendono da una serie complessa di fattori: la personalità del soggetto, quella del partner, quella del contesto culturale e sociale, i traumi subiti, la scarsa autostima conseguente alla condizione di passività e l’andamento non uniforme e ciclico della relazione, che determina momenti in cui la situazione conflittuale degenera in maltrattamento, a momenti in cui il partner sembra dare rispetto o giura di cambiare e la democrazia sembra ristabilita. La passività si percepisce anche nella consegna, talvolta totale, della propria vita nelle mani del compagno, che ha il potere di decidere cosa fare, che stile di vita tenere, che interessi avere, fino ad arrivare a controllare le persone da frequentare o non frequentare, quando e se uscire e cosa fare se si esce. Lui domina le scelte più importanti che finiscono con il decidere ogni azione, strutturando nella compagna uno stato di paralisi e talvolta di paura di esprimere le proprie opinioni. Lei può arrivare a sentirsi sbagliata, inadeguata, non competente, non all’altezza, inadatta a quella e a mille altre condizioni: l’unica possibilità è adattarsi passivamente. E’ possibile, leggere la passività anche legata ad una modalità molto diffusa tra noi donne di  “consegnarsi” totalmente in una relazione affettiva, di abdicare completamente, folgorate dall’amore. I bisogni di dipendenza sono un aspetto fondamentale dell’esperienza umana e appartengono, quindi, sia agli uomini che alle donne. E’ vero anche che la parola dipendenza viene più spesso associata al sesso femminile: la passività e la dipendenza vengono considerate un segno distintivo di femminilità. Afferma la Harriet Lerner: “Dal un punto di vista adattivo, le donne tendono ad essere più socievoli e aperte, più capaci di riconoscere ed esprimere paure realistiche, vulnerabilità e desideri di ricevere cure. Dal punto di vista disadattivo le donne manifestano più frequentemente dipendenza patologica; tali donne non agiscono per risolvere i propri problemi, non affermano chiaramente le loro opinioni e preferenze per paura del conflitto o della disapprovazione, si distolgono pavidamente dalle sfide del mondo esterno, ed evitano a tutti i costi un funzionamento autonomo e di successo” L’aspetto adattivo e disadattivo della dipendenza sembrano rappresentare, pertanto, due facce della stessa medaglia. Quali sono però le strutture, le condizioni e i contesti che facilitano il passaggio da una situazione all’altra? Come può avvenire che la dipendenza si trasformi da alleata per costruire sane e costruttive relazioni ad arma di autodistruzione? Sicuramente il contesto matrimoniale e familiare nel quale si trovano molte donne facilita un senso di dipendenza economica e psicologica, nonostante le loro risorse individuali. Secondo il pensiero tradizionale una brava moglie lava, stira, cucina, coccola, asciuga le lacrime, sostiene, nutre, incoraggia, anche se spesso lei stessa è meno di frequente destinataria di queste stesse cure e...

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