Amare al maschile e al femminile

Posted by on set 2, 2014 in News | 0 comments

Amare al maschile e al femminile

 

Il modo di amare delle donne e degli uomini, il loro porsi in un certo modo in una relazione affettiva e il loro percepirsi in presenza o assenza di un compagno, incide profondamente nel caratterizzare le relazioni di amore.

In altre termini, la parola amore può non avere lo stesso senso e significato se a pronunciarla sono persone di sesso diverso.

E’ un luogo comune pensare che le donne si perdano nell’amore e gli uomini si affermino attraverso la propria donna.

La seguente affermazione di Nietzsche afferma proprio questo stereotipo:

 

“La stessa parola amore significa in realtà due cose diverse per l’uomo e per la donna. Ciò che la donna intende per amore è abbastanza chiaro; non è solo la dedizione, è un dono totale del corpo e dell’anima, senza limitazione, senza nessun riguardo per qualsiasi cosa. E’ questa assenza di condizione che fa del suo amore la sua fede, la sola che abbia. Quanto all’uomo, se ama una donna è quest’amore che vuole da lei; perciò è ben lungi dal postulare per sé lo stesso sentimento che per la donna; se si trovassero uomini che provassero anche loro questo desiderio di abbandono totale, in fede mia, non sarebbero uomini.”

(NIETZCHE Friedrich, La gaia scienza, BUR Biblioteca Universitaria Rizzoli, Milano, 2000, 349)

 

Esistono delle categorie implicite attraverso le quali rappresentare, nell’immaginario collettivo, l’amore degli uomini e delle donne.

Possesso, controllo, gelosia e una certa dose di aggressività rappresentano alcune caratteristiche implicite e date per scontate dell’amore maschile. Nelle nostre rappresentazioni di maschile gli uomini nelle relazioni amorose non abdicano mai completamente, desiderano annettere la donna nella loro vita, ma essa rappresenta un valore in mezzo agli altri.

Al contrario per le donne, talvolta, l’amore rappresenta una rinuncia totale.

Questi concetti, già descritti dalla letteratura femminista, si sono solo in parte attenuati, ma alcune rappresentazioni declinate al maschile o al femminile, sono ancora ben presenti nella nostra cultura. Scrive Simone de Beauvoir:

 

“In realtà, non si tratta di una legge di natura. Nel concetto che l’uomo e la donna si fanno dell’amore, si riflette la diversità della loro situazione. L’individuo che è soggetto, che è se stesso, se ha il gusto generoso della trascendenza, si sforza di ampliare la sua presa sul mondo: è ambizioso, agisce. Ma un essere inessenziale non può scoprire l’assoluto in seno alla propria soggettività; un essere votato all’immanenza non potrebbe realizzarsi per mezzo di atti. Chiusa nella sfera del relativo, destinata al maschio fin dall’infanzia, abituata a vedere in lui il sovrano con cui non le è permesso di mettersi a pari, la donna che non ha rinunciato alla propria rivendicazione di essere umano, sognerà di superare il proprio essere verso uno degli esseri superiori, di unirsi, confondersi col soggetto sovrano; non c’è altra via d’uscita per lei che corpo e anima in colui che le è additato come l’assoluto, l’essenziale. Poiché in ogni modo condannata alla dipendenza, piuttosto che obbidire a dei tiranni – genitori, marito, protettore – preferisce servire un dio: vuole così ardentemente la propria schiavitù che questa le appare come l’espressione della sua libertà; si sforza di superare la sua situazione di oggetto inessenziale accettandola radicalmente; attraverso la sua carne, i suoi sentimenti, la sua condotta, esalta estremamente l’amato, lo pone come il valore e la realtà suprema; si annienta davanti a lui. L’amore diventa per lei una religione”

 

(DE BEAUVOIR Simon, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1961, 743)

 

C’è un amore che può essere definito dannoso ed è quello che si nutre di sofferenze, disagi, nevrosi, sfide, provocazioni, è quello che non realizza i bisogni e i desideri, ma che trasforma le relazioni in “tormentoni”. Più che un amore è una catena e spezzarla

Malgrado i tempi mutati e l’emancipazione femminile, il simbolico femminile è meno forte e autonomo di quello maschile e per le donne la perdita della relazione affettiva con il proprio partner corrisponde alla propria perdita di senso, rendendo molto difficile e problematica la chiusura. Per tutte noi non è scontato andare al cinema, in un museo, al ristorante da sole: è poco usuale per una donna non essere accompagnata da un uomo in certe circostanze.

Capita che le donne vivano come problematico il proprio distanziarsi dal compagno, anche maltrattante, perché hanno grosse difficoltà a perdere il loro ruolo di moglie, che è stata la loro identità per tutta la vita.

Alcune donne temono di cadere nel vuoto, di non trovare un altro modo di essere nel quale riconoscersi.

Anche per gli uomini i tempi non sono facili, la crisi dell’identità maschile certo non aiuta a rifondare il proprio modo di essere nelle relazioni affettive. Pare conclusa per i maschi l’epoca in cui portare nelle relazioni la propria spinta e sicurezza sociale e il proprio sostegno economico, pare concluso il tempo in cui gli uomini affermavano sé stessi attraverso il controllo e il dominio sul genere femminile, è auspicabile sia concluso (ma non sempre è così) il momento in cui gli uomini godono di maggiori privilegi all’interno della famiglia…ma allora, che uomini essere, come porsi nei confronti dell’amore e nei confronti delle donne?

Sembra giunto il tempo in cui ripensare il ruolo di genere nelle relazioni affettive…

 

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