Posts made in marzo, 2016

Relazioni difficili e legami di attaccamento: quando mamma fa rima con dramma!

Posted by on mar 28, 2016 in News | 0 comments

Relazioni difficili e legami di attaccamento: quando mamma fa rima con dramma!

Il come stiamo all’interno delle nostre relazioni rappresenta l’effetto cumulativo di esperienze passate. Le relazioni che abbiamo avuto, soprattutto quelle legate all’attaccamento primario e alle esperienza di vita negative, purtroppo, contribuiscono allo strutturassi di gran parte dei nostri disturbi nelle relazioni. Lo sviluppo della personalità è un tema molto studiato in psicologia e la comunità scientifica concorda nell’affermare che allo strutturarsi di una certa personalità concorrono: Fattori biologici: il corredo genetico e il temperamento delle persone; Fattori ambientali: il contesto sociale, ma, come la psicologia dell’età evolutiva suggerisce, soprattutto le esperienze precoci e della prima infanzia. Gli aspetti genetici e le prime esperienze di vita interagiscono tra di loro in maniera complessa, influenzando lo sviluppo della personalità ma anche creando le condizioni per una vulnerabilità a sviluppare eventuali disturbi. Il tono emozionale delle relazioni tra caregivers (mamma, papà, adulti di riferimento) e bambino si struttura attraverso l’abbinamento del temperamento del bambino e la sua personalità, la storia e il vissuto dei suoi genitori. Queste prime interazioni influenzano pesantemente lo sviluppo della personalità dei bambini. Il temperamento dei bambini influenza la risposta dei caregiver nei suoi confronti, ci sono bambini più tranquilli e placidi e bambini molto sensibili, fastidiosi e reattivi, più difficili da gestire. Un positivo abbinamento tra caregiver e bambino produce scambi più piacevoli e probabilmente esiti meno negativi sul futuro di quel bambino e della sua capacità di relazione. Giocano un ruolo fondamentale sulla personalità del bambino l’ambiente in generale, ad esempio la scuola, ma anche esperienze di vita come i traumi infantili, i maltrattamenti, gli abusi e la trascuratezza. Grazie alla soggettiva capacità di resistere agli urti, la resilienza, non è neppur detto che chi si struttura in relazioni avverse o faticose abbia una prognosi negativa in termini di capacità relazionale. In altre parole, nulla può essere lineare o predeterminato, ma alcune esperienze rappresentano dei fattori di rischio e altre di protezione. In generale, la correlazione tra esperienze di vita avverse e le difficoltà emotive e relazionali è complessa: se l’esposizione ad alcuni problemi aumenta il rischio, non sempre i bambini che hanno avuto situazioni di vita difficili, complesse o avverse, sviluppano difficoltà dal punto di vista emotivo e relazionale. Durante l’infanzia, quindi, non è detto che siano i traumi maggiori ad essere più importanti, talvolta lo sono molto di più alcuni segnali affettivi del caregiver e la sua mancanza di disponibilità sul piano empatico ed emotivo. Come si caratterizza un ambiente emotivo minato?   Inadeguatezza di empatia del caregiver; Mancanza di attenzione fino alla trascuratezza; Incoerenza nei comportamenti e negli approcci educativi; Mancanza di affetto o incapacità di condivisione dell’affetto; Minaccia o rischio percepiti dal bambino; Imprevedibilità dell’ambiente e delle relazioni; Ambienti caotici; Abuso verbale, fisico o sessuale; Punizioni continue; Comportamento non equo tra fratelli; Perdite importanti (lutti, traslochi, cambiamenti), I campanelli di allarme legati ad un ambiente disturbante o inadeguato possono essere riassunti nei seguenti: Nessuno notava cosa mi stava succedendo o come mi sentivo; C’erano discussioni frequenti e grida in casa; Ridere e divertirsi non erano condizioni usuali; Quando ero piccolo cercavo di essere invisibile; Le mie preoccupazioni non erano importanti per gli altri; Raramente venivo lodato per le cose giuste che facevo; La mia famiglia mi faceva sentire ridicolo; La mia famiglia non si occupava dei bisogni dei bambini; La persona che si prendeva cura di me era gravemente depressa o disturbata; Non sapevo quasi mai cosa aspettarmi dagli altri; Mi sono occupata di me stesso fin da molto piccolo; Ho subito abusi e/o abusi sessuali. Tutte le condizioni precedentemente descritte possono generare nei bambini uno stile di attaccamento diverso: sicuro, oppure insicuro o disorganizzato....

Read More

Menopausa e cattivo umore: fisiologia o cultura, fantasia o realtà?

Posted by on mar 13, 2016 in News | 0 comments

Menopausa e cattivo umore: fisiologia o cultura, fantasia o realtà?

La menopausa rappresenta un momento della vita di una donna nel quale avvengono una serie di modificazioni fisiologiche che conducono gradualmente alla fine del ciclo mestruale, che ha accompagnato e scandito la vita. Generalmente la menopausa fisiologica avviene ad un’età compresa tra i 44 e i 55 anni. Dato che la vita media nei paesi sviluppati è aumentata, il 95% delle donne raggiunge la menopausa e il 50% arriva a compiere i 75 anni di età, per cui la menopausa delle donne corrisponde ad un terzo della loro vita. Alla luce di questo è di primario interesse occuparsi di tutte le alterazioni fisiche e psichiche che si delineano nel corso della menopausa e che sono strettamente collegate a fattori sociali, culturali, etnici ed ereditari. In alcune culture, in alcune zone dell’Africa, in certe popolazioni arabe o indiane, ma anche in Giappone, le donne mature o anziane godono di una particolare considerazione sociale e raggiungono importanti poteri familiari e sociali, posizioni più prestigiose, altrimenti destinate solo agli uomini. Nella nostra cultura occidentale il passaggio fisiologico alla menopausa viene semplicemente identificato come la fine dell’età fertile e l’inizio dell’invecchiamento, strutturandosi talvolta come un momento di forte crisi della donna, che si ritrova priva della propria identità sociale riconosciuta e del precedente ruolo sociale. Tutto questo determina che la sindrome perimenopausale sia caratteristica della nostra cultura e che sia influenzata da fattori legati alla classe sociale, all’attività lavorative, alla scolarità, all’età. Nel corso del climaterio, cioè durante gli anni che corrispondono al passaggio dalla fase riproduttiva a quella non-riproduttiva, il 75% delle donne sviluppa una sintomatologia chiamata “sindrome perimenopausale o climaterica”. Parlare di menopausa non è facile, significa parlare di invecchiamento, argomento molto poco di moda. Mentre l’età biologica ci informa che a cinquant’anni si inizia “formalmente” ad invecchiare, la cinquantenne di oggi è spesso molto attiva, fisicamente in forma, liberata dagli impegni familiari, all’apice della carriera, piena d forze. Alcuni ambienti tendono a negare l’invecchiamento, favorendo addirittura, grazie all’evolvere di scienza e tecnologia, la ricerca di una maternità o dell’eterna giovinezza. Ciascuna donna può percepirsi in maniera ambivalente e contrastante: ci sono donne che vivono la menopausa come un momento di perdita dell’aspetto giovanile e della femminilità. Altre sono in grado di accettare più facilmente la loro nuova immagine corporea e di liberarsi da standard sociali legati all’aspetto. Un punto di vista legato al benessere può essere utile per conciliare questi due punti di vista apparentemente estremi e può porre l’accento sulla mezza età come un momento in cui ricercare un nuovo stile di vita sano e attento al proprio corpo. Tutto ciò legittima anche, nell’età di mezzo, una sessualità più consapevole! E’ importante sapere, poi, che le ricerche dimostrano che l’esperienza dei sintomi della menopausa è strettamente correlata alle aspettative sintomatologiche di una donna e le aspettative sintomatologiche sono intrecciate con la propria percezione di fine della giovinezza e l’arrivo della maturità.     BIBLIOGRAFIA: FACCO Flavia, L’invisibile in menopausa, Franco Angeli, Milano 2005. GALIMBERTI Umberto, Il corpo, Feltrinelli, Milano1987. GRAZIOTTIN Alessandra, Il dolore segreto, Mondadori Editore, Milano 2005. GRAZIOTTIN Alessandra, Principi e pratica di terapia sessuale, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2004. STEWART Donna E., Menopausa, CIC Edizioni Internazionali, Roma, 2005....

Read More

Perché si parla di violenza sulle donne come fenomeno di genere

Posted by on mar 7, 2016 in News | 0 comments

Perché si parla di violenza sulle donne come fenomeno di genere

La violenza sulle donne, sebbene esista da sempre, è un fenomeno che è venuto alla luce solo a partire dagli anni ’60, grazie ai movimenti delle donne. Prima di quell’epoca la violenza, quando emergeva, veniva ritenuta un fatto privato, frutto di disagio sociale o di problematicità di coppia. Le stesse donne che ne erano vittime finivano con l’essere considerate diverse dalle altre donne, cosiddette “normali”. Il movimento femminista, pertanto, ha il merito di aver fatto emergere il problema, ma soprattutto di aver contribuito a farlo riconoscere come una modalità di interrelazione molto diffusa tra uomini e donne. Queste relazioni, infatti, sono largamente condizionate dalla società di tipo patriarcale nella quale sono immerse e la società civile ne è ed è stata fortemente condizionata: pensiamo al delitto d’onore, in vigore in Italia fino al 1981, che prevedeva sconti di pena a chi uccidesse il proprio coniuge a causa di infedeltà (di questa legge hanno usufruito prevalentemente i mariti). Più in generale, solo con il nuovo diritto di famiglia del 1975 non persiste più l’autorità del marito sulla moglie e sui figli e sono stati dichiarati illeciti i mezzi di correzione e di disciplina che erano ammessi prima dell’entrata in vigore del nuovo codice. Questa nuova ottica ha avuto il merito di contribuire a realizzare il passaggio del punto di vista sulla violenza alla donne: da problema personale a problema sociale, mettendone in discussione anche l’approccio clinico, che fino a quel momento reputava la questione della violenza sulle donne in termini “neutri”, senza considerare, cioè, gli aspetti sociali e storici che lo descrivono. Da allora l’espressione “violenza contro le donne” è stata usata per descrivere una serie di comportamenti di tipo violento che gli uomini agiscono nei confronti delle donne, che vanno dallo stupro, alle molestie, ai maltrattamenti, alla violenza fisica a quella psicologica e che, di recente ha fatto emergere anche maltrattamenti legati alla mutilazione dei genitali femminili, alla prostituzione coatta e ai matrimoni forzati. La complessità della violenza fin qui descritta, aumenta ancora di più se si pensa al contesto al quale essa viene principalmente riferita: le mura domestiche, quel luogo cioè, che siamo abituati a pensare legato a fiducia, affetto e protezione. La violenza sulle donne è agita per la maggior parte dei casi all’interno di una relazione intima, tra marito e moglie, conviventi, fratelli, genitori, figli, parenti. Talvolta può indicare una situazione pre o post-matrimoniale, nel caso di fidanzati o coppie separate. Il termine violenza di genere, anziché porre l’accento sul tipo di violenza agita, lo pone sui soggetti chiamati in causa: il genere maschile e quello femminile. Il fenomeno incide trasversalmente su tutte le classi e, contrariamente agli stereotipi che spesso lo accompagnano, non è collegato a particolari patologie, dipendenze o disagi sociali. Tutto questo rinforza la tesi della possibilità di interpretazione attraverso parametri sociali e antropologici: la violenza di genere è legata alla dominanza del genere maschile su quello femminile, che caratterizza tutte le società umane. Esistono, quindi dei comportamenti socialmente ammessi che rappresentano modelli interpretativi del fenomeno: dal ruolo della donna, a quello del marito o padre, come tutti noi siamo comunemente abituati ad intenderli, fino ad espressioni eclatanti, legate alla donna percepita come “proprietà” dell’uomo. Recentemente, inoltre, con l’aumento del potere sociale, le donne vengono rappresentate, soprattutto dai mass media, come un “gruppo sociale” che rappresenta “l’altro da sé” e quindi nemico o antagonista. Da questa percezione ne deriva un’altra legata all’autoreferenzialità maschile che interpreta le azioni delle donne secondo codici propri degli uomini, che non prevedono quindi un reale riconoscimento e scambio reciproco. Tutto ciò viene ulteriormente aggravato dal fatto che, se...

Read More

Emozioni negative e arrivo della menopausa: primo passo verso la catastrofe?

Posted by on mar 4, 2016 in News | 0 comments

Emozioni negative e arrivo della menopausa: primo passo verso la catastrofe?

Tristezza, ansia, paura, confusione, insoddisfazione, scarsa autostima, insonnia, senso di inconcludenza, tendenza alla depressione, possono essere condizioni che vivono le donne tra i 40 e i 55 anni, nella fase che chiude la condizione di fertilità e apre quella del passaggio alla menopausa. Si tratta di una menomazione inguaribile di cui vergognarsi? Le donne, soprattutto nel periodo perimenopausale sono protagoniste di un’ampia e rilevante gamma di condizioni, sia dal punto di vista della vita personale e della maternità, che da quella professionale e sociale . La perimenopausa, che è quel periodo che inizia solitamente cinque anni prima della menopausa e che intercorre tra la regolarità del ciclo mestruale e la cessazione completa della funzionalità ovarica, può “capitare” in momenti molto diversi della vita, più o meno buoni e gratificanti. Alcune donne hanno il loro primo figlio a più di 40 anni, altre dopo averci provato per anni combattono ancora contro l’infertilità, alcune hanno uno o più figli, altre hanno scelto di non averne, altre ancora ne avrebbero voluti ma all’interno di una relazione stabile che non hanno mai incontrato e ora devono riconciliarsi con la maternità mancata. Ci sono poi donne che in questa fase di vita hanno figli adolescenti e altre sono già nonne. Assumendo, poi, il punto di vista professionale, alcune vorrebbero solo riposarsi dal troppo lavoro, altre lo cercano freneticamente, altre ancora non hanno mai lavorato e non hanno intenzione di cimentarsi in situazioni extrafamiliari, altre vivono per il loro lavoro costruito con tanta fatica nel tempo. Ciascuna di queste situazioni modella vite completamente diverse, che strutturano condizioni ed esperienze in grado di modificare profondamente il “percepirsi” di ciascuna donna nel corso della menopausa. Quest’epoca di vita, più di altre, è fortemente condizionata dal contesto sociale e dai valori che veicola rispetto alla maturità e alla vecchiaia al femminile, dal clima psicologico e culturale in cui una donna vive e dalle proprie e altrui aspettative sociali. Esistono punti di vista contrastanti che influenzano il percepirsi e l’immagine corporea delle donne di mezza età. La prima e importantissima condizione per una società come la nostra è la perdita di un aspetto giovanile, spesso sovrapposto allo stesso concetto di femminilità. Le nostre madri hanno sempre accettato pacificamente l’invecchiamento, probabilmente grazie ad una maggiore tolleranza sociale rispetto alla vecchiaia al femminile e a un maggiore rispetto di ciò che si portava dietro. Da alcuni decenni questo è sempre meno tollerato e tollerabile e si configura come vere e proprie sindromi (insieme di sintomi) che accompagnano le donne dalla perimenopausa fino alla post menopausa, passando dalla menopausa vera e propria. Ai nostri giorni la soglia dei quarant’anni è rappresentata dai media come un prolungamento della giovinezza, con la conseguenza che le epoche successive della vita sono vissute da alcune come difficoltose e costellate da ansia o depressione, lontane dalle spensieratezze precedenti, proprio perché si diventa consapevoli di non rientrare più nello stereotipo sociale accettabile: la donna vale se è bella, magra, giovane e spensierata. I cambiamenti legati alla menopausa, sia ormonali che legati alla percezione sociale di sé, definiscono talvolta un nuovo quadro emotivo e una spirale di cambiamento che le donne subiscono come una perdita, senza, talvolta, ritrovare il bandolo della propria fertilità emotiva e progettuale. Parlare di menopausa non è facile, significa parlare di invecchiamento, argomento molto poco di moda. Mentre l’età biologica ci informa che a cinquant’anni si inizia “formalmente” ad invecchiare, la cinquantenne di oggi può essere molto attiva, fisicamente in forma, liberata dagli impegni familiari, all’apice della carriera, piena di forze. Per diverse ragioni, però, alcune appartenenze culturali tendono a negare l’invecchiamento, offrendo alle donne...

Read More
Download mp3