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Meglio soli che male accompagnati

Posted by on dic 4, 2014 in News | 0 comments

Meglio soli che male accompagnati

Essere soli ai nostri tempi non è certo una sciagura, certamente non lo è come essere “accompagnati” da rapporti stanchi, non appaganti, moribondi, violenti, di manipolazione e sfruttamento. Essere single, d’altra parte, storicamente porta con sè tutta una serie di stereotipi di genere contro i quali non è facile porsi, legati al playboy al maschile e alla zitella al femminile, ma in generale ad un senso di solitudine e insoddisfazione. Sempre nello stereotipo, molto meno destinata e quindi più sacrificale, è la figura del vedovo o della vedova, magari allegri. Per stare da soli bisogna essere donne e uomini molto coraggiosi perché, nell’immaginario collettivo, e anche nel profondo di molti di noi, dopo essere nati soli si sogna di risolvere la propria solitudine accompagnandosi all’anima gemella. Così l’”io” si trasforma in un “noi”, l’individuale in un collettivo, modificando il linguaggio quotidiano, la realtà anagrafica, lo stato civile e magari anche quello emotivo. Nell’età della fertilità biologica, poi, lo stare in coppia “risolve” una serie di attese riproduttive, volute a gran voce dalla collettività, da noi stessi e dal nostro corpo biologico. Ma se per essere soli ci vuole anche capacità di osare, la sfida maggiore si riferisce all’essere soli e felici perché questo binomio è fortemente in controtendenza, anticonformista e molto spesso è più facile starsene male accompagnati perché il mondo, la cultura, le relazioni, sono costruite intorno al concetto di coppia, se scoppiata poco importa: sempre meglio in due. I dati statistici, a dire la verità, ci dicono che i single in Italia sono quasi 8 milioni quindi, tanto per cominciare, non si tratta di un orientamento di pochi sfortunati, ma una vera e propria tendenza sociale. Il luogo comune, in ogni caso, è disposto a concedere un po’ di felicità a lui, purchè playboy e sempre alla ricerca, ma meno a lei, zitella con la frustrazione di tutto ciò che è assente (nell’immaginario collettivo la prima assenza è ovviamente quella fallica), di un corpo-prigione inviolato e inviolabile che invecchia, appassisce a muore. Ma perché sacrificare la propria vita e star seduti sempre sulla punta della sedia pur di non starsene comodamente spaparanzati in solitudine? Abraham Maslow (1908-1970), psicologo statunitense, ci ha fornito una convincente spiegazione attraverso la “scala dei bisogni”, schematizzata nella piramide. Secondo Maslow bisogni e motivazioni hanno lo stesso significato e si possono semplificare in una scala nella quale il passaggio allo stadio superiore può realizzarsi solo dopo la soddisfazione dei bisogni di grado inferiore; occuparsi dell’individuo nella sua globalità significa occuparsi anche della totalità dei suoi bisogni.   Alla base della piramide subito dopo i BISOGNI PRIMARI (Necessari alla sopravvivenza: aria, acqua, cibo, riparo, sonno, sesso), sono posizionati quelli di SICUREZZA (Senso di protezione, tranquillità, sicurezza del corpo, della salute, della famiglia, dell’occupazione, dell’accesso alle risorse) e quelli di APPARTENENZA E AMORE (Necessità di sentirsi parte di un gruppo, cooperare, essere amati ed amare, amicizia, famiglia, intimità sessuale), i quali aprono la strada al BISOGNO DI STIMA (Essere rispettato, apprezzato ed approvato, sentirsi competente e produttivo – autostima -) e a quello di AUTOREALIZZAZIONE (Realizzazione delle proprie aspirazioni e della propria identità, nella società e nel gruppo). E’ immediato notare che subito dopo i bisogni primari ne sono descritti altri che per essere soddisfatti, in buona parte, richiedono l’esistenza di coppia, famiglia e intimità sessuale stabile, condizioni che contribuiscono a definire anche l’identità di una persona. La “teoria della motivazione” fu esposta nel 1954, epoca in cui la famiglia rappresentava una cellula fondamentale ed imprescindibile della società. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, in Italia la rivoluzione legata all’istituzione famiglia...

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